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Modena, i residenti: «Ex-fonderie da recuperare: bene uffici e laboratori»

di Saverio Cioce
Modena, i residenti: «Ex-fonderie da recuperare: bene uffici e laboratori»

Gli abitanti della Crocetta stanchi della girandola di progetti lanciati da decenni «È un monumento, va ripulito per togliere il degrado e rendere la zona vivibile»

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MODENA. «Le Fonderie Riunite sono un simbolo non solo per la Crocetta ma per tutta Italia, con la strage degli operai in sciopero. Ora il Comune deve decidere cosa ci vuole fare dopo anni di tira e molla ma soprattutto occorre fare presto. Da vent’anni, con brevissime parentesi, quello stabile e l’area sono abbandonati, sede di tossici, sbandati e prostitute. Se si deve fare un incubatore di piccole imprese innovative non si perda altro tempo».

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È questa, in estrema sintesi, la reazione degli abitanti del quartiere all’ultima proposta arrivata sull’utilizzo dell’area a Cavallo tra la Maserati e via Ciro Menotti. Della struttura tirata su dall’industriale Adolfo Orsi nel 1938 non restano che le strutture di ferro che resistono alla ruggine e qualche facciata di mattoni. Il resto se lo è portato via il tempo e l’abbandono dopo che il cuore metallurgico della provincia è stato chiuso per sempre, come pure la fabbrica gemella che aveva resistito per qualche anno in più. Oggi, in una città che con estrema avarizia ha conservato i vecchi edifici con le cubature originali, facendole lievitare anche negli edifici storici dell’800, la levata di scudi su quel fabbricato fatiscente ha innescato una infinita serie di proposte. Morale: la si lascia lì e ogni gioro di boa elettorale si lanciano nuove ipotesi: da sede unificata per gli uffici dell’Ausl, al posto di S.Giovanni del Cantone, sino a sede di officine artistiche.

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«In venticinque anni ne abbiamo sentite di tutti i colori - racconta Franco, un pensionato delle Fonderie - Venni ad abitare qui nel quartiere quando iniziai a lavorare tra i cubilotti e la ghisa bollente. La chiusura della fabbrica mi ha fatto male al cuore ma ormai eravamo diventati un pezzo della città. Mi ricordo che sino agli anni ’50 era vivissima la memoria della strage, quando 1500 poliziotti e carabinieri arrivati durante lo sciopero con autoblindo e mitragliatrici cominciarono a sparare sui civili disarmati, facendo sei morti e 200 feriti. Secondo me i muri vanno lasciati come sono e dentro ci possono fare quello che vogliono. È uno spazio immenso».

Lo sanno bene clandestini, tossici e sbandati di ogni tipo che utilizzano i varchi aperti nelle poche reti rimaste in piedi attorno all’area. Sono spariti da decenni i binari del tram, quelli delle ferrovie che venivano dalla Bassa e che portavano i pendolari in fabbrica o negli opifici che lavoravano per la Todt, giusto lì a fianco. Al posto dei macchinari, di cui restano poche foto in bianco e nero, ci sono decine di materassi abbandonati e siringhe.

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Tutta l’area è off limits: non ci si avvicina, non la si attraversa. Anche i lampioni messi nel cortile, a testimonianza della mano corta di un recupero estivo per una stagione di spettacoli, indicano pateticamente un riscatto che non arriva mai. Basti dire che ancora nel 2006 il dibattito sul futuro dell’area, collegato sempre alla fascia ferroviaria, raccolse in un’associazione - Gli Amici delle Fonderie - progetti e decine di iscritti che chiedevano di non demolire l’ultimo monumento vivente della storia operaia della città.

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«Non ne possiamo più di proposte» borbottano i pochi modenesi che si fermano a bere un aperitivo al bar. Ma c’è chi esorta a far presto: «Che ne facciano uffici, sedi di laboratori elettronici o altro non importa - dicono Otello Balboni e Graziella Girotti, titolari della ferramenta all’angolo della Nonantolana - L’importante è non lasciare tutto abbandonato». Stessa opinione dell’edicolante storico del quartiere e pure di Alessandro Simoni, formidabile raccoglitore di cimeli e cartoline sul quartiere, autore di un pregevole libro di ricordi e immagini sulla Crocetta.

«Non ho abbastanza elementi per giudicare - dice quest’ultimo - ma sicuramente è un patrimonio da conservare per la città». Giorgio Prampolini, ex dirigente della fabbrica è presidente degli Amici delle Fonderie e rilancia l’idea: «Servono sette milioni per fare dell’area un polo scientifico tecnologico e cancellare il degrado». Chi custodisce memoria e memorie della zona sono i fratelli Marmiroli, dell’emporio Foto Vip. «Meglio metterle a posto, senza abbatterle» dicono sfogliando album di foto d’epoca quando attorno alle fonderie c’erano solo prati.


 

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