Gazzetta di Modena

Modena

Il giallo dell’infanzia e la vita che corre sul filo

di Monica Tappa
Il giallo dell’infanzia e la vita che corre sul filo

Insieme a Gregorio Bellodi ha dato vita ad un laboratorio naturale  e alla bottega d’arte degli “Insetti Xilografi”: «Ho ritrovato la mia voce»

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MIRANDOLA. Di lei colpisce inizialmente il viso, di una bellezza antica, rinascimentale, con la pelle di porcellana, e l'espressione degli occhi, intensa, profonda e trasparente.

Alessia Baraldi, classe 1981, di Mirandola, con Gregorio Bellodi ha dato vita al laboratorio e alla bottega d'arte degli “Insetti Xilografi”: creazioni in legno e materiali naturali, opere uniche, lavorate alla maniera antica. Esondano e trasudano tutto l'amore e la passione tipici di chi ha profonde radici che lo legano a una terra aspra e dura, come quella della Bassa, dove a volte più che a vivere si sopravvive, e quella sensibilità a pori aperti, che solo a sfiorarla si incrina, si frantuma, tintinna. Ricorda un po' il fiore della veronica, Alessia, che se lo sfiori perde i petali e va trattato con cura, in punta di dita, di respiro, di emozione.

Caparbio e tenero, indifeso e straordinario, questo fiore color di cielo che appare in mezzo all'erba, e che la tradizione associa agli occhi della Madonna e allo sguardo che protegge e vigila.

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«A me piaceva il giallo – dice Alessia, a proposito di colori – per me era il colore più chiaro in assoluto, era energia, era luce, invece il bianco no, il bianco mi inquietava. E della casa di Fossa, dove abitavo quando ero piccola, ricordo gli animali della stalla e il mio legame con la terra, i fiori e le piante. Li mettevo a macerare, li trasformavo, entravo in un mondo di colori e profumi, di sensazioni tattili, in un mondo dove mi sentivo a mio agio. Correvo sui sassi, collezionavo pietre, giravo scalza, mi piaceva sognare perché lì tutto era possibile. Ascoltavo e vedevo la natura e la realtà con occhi grandi. Forse troppo grandi, per il mondo che mi circondava. La quotidianità spesso è stata troppo densa per me. Mi sentivo fuori posto ed era un attimo farmi anche sentire sbagliata. A me colpivano cose diverse da quelle che colpivano gli altri. Ricordo che ammiravo tantissimo i nomi con molte consonanti. La M, la R, li sentivo potenti, non come me che mi ritrovavo quel nome debolino anche se quella doppia S lo rendeva sinuoso, morbido, in movimento.

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Il mio sguardo e il mio sentire andavano oltre la superficie. Il mio mondo era davvero un mondo fantastico, fin troppo sconfinato, per riuscire a gestirlo, a integrarlo con la vita di tutti i giorni. Non ho un buon ricordo della scuola. Alla scuola materna mi mancava mio fratello, il mio compagno di giochi. Nemmeno alle elementari ho trovato, purtroppo, educatori che abbiano dato valore a ciò che sapevo e avrei voluto fare e condividere, al mio mondo interiore e alla mia abilità naturale nelle materie artistiche. Ricordo ancora con profondo dolore alcune battute sprezzanti della maestra. Sono cresciuta con la sensazione di camminare sospesa su un filo. E cercando di farlo in punta di piedi, per non disturbare. Solo al Venturi, finalmente, quando sono andata a vederlo prima di scegliere e ho visto quel palazzo antico, la biblioteca, tutto quel legno e ho respirato tutta quella bellezza finalmente mi sono sentita di nuovo a casa e ho iniziato, piano piano, a ritrovare quel mio mondo fantastico che tenevo in un angolo, protetto, da sempre. E ho ritrovato la mia voce».


 

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