Castelfrigo: quale lavoro? Nuovi modelli e vecchi vizi
Enrico Grazioli
Dei tavoli di concertazione si possono avere le più diverse opinioni, a partire da quella che raramente essi producono risultati concreti. Ma restano, come nel caso della Castelfrigo e dell’intero...
1 MINUTI DI LETTURA
Dei tavoli di concertazione si possono avere le più diverse opinioni, a partire da quella che raramente essi producono risultati concreti. Ma restano, come nel caso della Castelfrigo e dell’intero settore carni modenese, la sola occasione per mettere faccia a faccia protagonisti e comparse di una vicenda scabrosa, logorante e umiliante per i lavoratori, avvolta per giunta da sostanziali silenzi della politica, al di là delle presenze solidali e preelettorali sul piazzale dello stabilimento. Se vanno cambiate le regole, come quelle che hanno permesso uso e abuso di cooperative spurie (o finte, chiamiamole con il loro aggettivo, con tutto quanto esse nascondono) in luogo di assunzioni dirette, la parola decisiva spetta alla politica: in sede locale ma anche nazionale, perché il mondo del lavoro malato non finisce a Castelnuovo Rangone. Il tavolo istituzionale carni riunitosi in Provincia dice di puntare a un nuovo modello produttivo che coinvolga l’intero distretto modenese. Bene: allora, non alzatevi da quel tavolo fino a quando non lo avrete davvero messo a punto. Perché a oggi resta solo che chi si impegna a non scioperare viene assunto, altri no: e questo non c’entra nulla con qualsiasi modello innovativo. Tanto meno modenese.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
