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Il fischio di dolore della Bolognina

Il fischio di dolore della Bolognina

Ieri la cerimonia per ricordare la strage ferroviaria che 13 anni fa costò la vita anche a sette modenesi

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CREVALCORE. Quando ieri alle 12 il treno in transito sulla linea del Brennero ha lanciato il suo lungo, commovente fischio di dolore e di memoria, a Bolognina c’era ancora gente. Parenti, amici, testimoni e volontari che il 7 gennaio di 13 anni fa lavoravano disperatamente, nel freddo e nella nebbia, per soccorrere i feriti ed estrarre dalle lamiere dei treni i resti delle 17 vittime di un sacrificio incolmabile, incancellabile. Perché i ricordi affievoliscono, le persone ci lasciano, ma la memoria di quel giorno è ancora forte, emozionante, insopprimibile. Al punto che don Francesco, il parroco di Bolognina che tredici anni fa era lì, con la sua gente, quando durante la messa in suffragio ha provato a pronunciare i nomi delle vittime si è interrotto, vinto dall’emozione. Un silenzio del dolore, che ha parlato ben più di tanti discorsi. Quelli di una politica che si autoassolve e assicura mirabolanti opere, quella di una magistratura che, come è noto, ha scaricato ogni colpa della tragedia sull’errore umano, la distrazione di un semaforo rosso confuso nella nebbia e che tragicamente sfuggì, mandando un treno contro l’altro.

Nel parco 7 gennaio 2005, come è stato ribattezzato, si sono trovati anche ieri in cinquanta, forse più. Alla messa, celebrata dal vescovo di Bologna, Zuppi, erano tanti, anche più numerosi. Nel parco si sono rincorse la riflessione del sindaco di Crevalcore, Claudio Broglia, le strette di mano e dei ricordi, e la lettura dei nomi dei morti. Scolpiti sul cippo accanto alla piccola stazione della frazione di Crevalcore, dove i parenti si sono susseguiti a deporre i fiori di legami che la morte non ha spezzato. Modena, il cui ricordo tende ad indebolirsi nel diradarsi delle presenze, ha comunque fatto la sua parte. C’erano il gonfalone dell’Area Nord, il presidente del consiglio comunale di Mirandola, i sindaci di San Felice e Finale. Perché da San Felice l’interregionale diretto a Bologna era da poco partito, quando si scontrò con il merci carico di putrelle sul binario unico in attesa da anni di raddoppio. Perché da San Felice, da Mirandola e da Finale provenivano le vittime modenesi: Daniel Burali, 20 anni, che a Mirandola era stato a trovare i nonni, la psicologa Anna Martini di San Martino, il prof del liceo Pico, Andrea Sancini, 32 anni. E poi Francesco Scaramuzzino, il ferroviere in servizio a San Felice. Da Finale Antonello Zoboli, 32 anni, avvocato e assessore del Comune, con la moglie e la cognata, Diana e Cinzia Baraldini, 30 e 36 anni. Avevano preso il treno lasciando l’auto a San Felice, ritenendo di poter viaggiare più sicuri. C’erano loro, e altri modenesi, su quel treno. Alcuni, i sopravvissuti, portano ancora i segni e le ferite. In tutti questi anni molti dei parenti di queste vittime non se la sono sentita di esserci, molti altri non mancano mai, alle celebrazioni del 7 gennaio. «Ringrazio per la memoria», ha detto a nome di tutti Paola, vedova del capotreno Paolo Cinti, mentre Renato Golini, presidente dell’associazione degli utenti della linea Bologna-Verona, raccontava quanto ancora resta da fare, per la sicurezza di un mezzo di trasporto chiamato a rappresentare il futuro della mobilità.

Alberto Setti

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