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«Presidente di una coop a mia insaputa»

di Sara Donatelli
«Presidente di una coop a mia insaputa»

«Per poter lavorare e restare in Italia ho dovuto firmare delle carte: così senza saperlo sono diventato un prestanome»

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CASTELNUOVO. La vertenza Castelfrigo, che si unisce alle numerose vertenze succedutesi negli anni all’interno del distretto modenese della lavorazione delle carni, sta rompendo molti equilibri in uno dei settori più importanti sia a livello strettamente territoriale che nazionale.

Con uno sciopero iniziato lo scorso 17 ottobre, più di settanta soci lavoratori delle due ex cooperative appaltatrici della Castelfrigo hanno denunciato, così come tanti altri lavoratori in passato, condizioni di lavoro che assomigliano sempre di più ad una moderna schiavitù. Si tratta di un j'accuse, il loro, che si fonda non solo sulle modalità con cui venivano trattati all’interno dell’azienda, ma che va ben oltre, ponendo in luce un sistema di metodi illegali e ricattatori facenti leva sull’esigenza dei lavoratori stranieri di mantenere il proprio posto di lavoro al fine di rinnovare il permesso di soggiorno. La storia di Harun Lulja si pone in questo scenario come il perfetto emblema del fenomeno delle false cooperative.

Nato e cresciuto in Albania, Harun arriva in Italia nel 2008 e per i primi mesi si guadagna da vivere con lavori di fortuna, riuscendo ad ottenere un permesso temporaneo. Alla sua scadenza, tuttavia, egli si ritrova nuovamente di fronte al concreto rischio di tornare in Albania. È proprio in questo frangente, nel 2014, che Harun conosce una persona, il cui nome è già emerso dalle denunce dei lavoratori in sciopero che lo hanno definito come il “caporale della Castelfrigo”. Si tratta di Ilia Miltjan, detto anche Elio o codino.

«Proprio quando il mio permesso stava per scadere, ho conosciuto Elio e mi ha proposto di incontrare una persona che dandomi un lavoro sarebbe stato in grado di aiutarmi», spiega Harun.

La persona in questione è Domenico Melone, anche lui tante volte accusato dai lavoratori scioperanti. Si tratta infatti del vicepresidente del Consorzio Job Service che al suo interno comprende cinque cooperative: Elios, Planet, Work Service, Ilia D.A., queste ultime due ex appaltatrici della Castelfrigo, e infine la Framas. È proprio a quest’ultima cooperativa che il nome di Harun si lega a doppio filo.

«Tramite Elio ho conosciuto Domenico Melone e alcuni membri della sua famiglia. Sono stati loro a dirmi che potevo lavorare come facchino all’interno del consorzio, ma solo dopo aver firmato alcuni documenti attestanti il fatto che ero io il presidente della cooperativa. Mi hanno dato mille euro in contanti e mi hanno assicurato che si trattava solo di una formalità - spiega Harun - Io, avendo bisogno di lavorare, ho accettato ed ho iniziato a lavorare all'interno della Castelfrigo. Dopo poco tempo mi hanno detto che la Framas era fallita e che dunque la questione si era risolta».

Pochi mesi fa, però, l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza bussano alla sua porta: un milione e settecento mila euro, è questo l’ammontare complessivo del debito che pende ora sulla testa di Harun che, nonostante quanto dettogli da Melone, è ancora presidente della cooperativa. Harun ha denunciato la famiglia Melone, Ilia Miltjan ed anche Roberto Ciriesi, uno dei dirigenti della Castelfrigo.

«Ho compreso troppo tardi di essere un prestanome ed ora ne sto pagando le conseguenze - confessa il ragazzo -. Non ho mai svolto lavori di gestione amministrativa o contabile della cooperativa. Loro hanno utilizzato il mio nome e la mia firma, evadendo le tasse. E adesso sono io che corro il rischio di finire in carcere a causa di questo immenso debito».

Harun ha inoltre ripercorso la vita attività lavorativa all'interno della Castelfrigo, denunciando quanto già detto dai suoi colleghi anche in relazione alla figura di Elio: «Era lui il caporale, colui che ci comandava nell’azienda».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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