Se il sisma è un trauma superabile
La psicologa Marzi spiega lo stress post traumatico e l’“eroismo” di chi lo supera
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Duemila persone che hanno «tremato». Le due scosse del 20 e del 29 maggio 2012 hanno lasciato un solco anche a livello psicologico. Lo ha illustrato ieri la psicologa Nora Marzi. Allora era lei la responsabile del servizio di Psicologia dell’Area Nord di Modena. Le duemila persone visitate della sua equipe rappresentano circa l’1% dei 227mila abitanti interessati dall’area del cratere, secondo dati illustrati dalla psicologa. «I sintomi del disturbo post traumatico diventano cronici se non trattati entro sei mesi», ha assicurato Marzi, per cui «bisognava intervenire immediatamente».
Così partì il triage, ovvero l’identificazione delle persone che avevano bisogno di ricostruirsi prima di poter ricostruire. «L’85% non aveva mai visto uno psicologo - ha rimarcato Marzi - e non erano pazienti, ma soggetti traumatizzati. Molti erano stranieri».
La prima fase da trattare è lo shock, in cui è necessario un assestamento a livello mentale. «Più una persona è capace di riorganizzare l’esperienza nei trenta secondi seguenti più l’impatto sarà positivo», ha riconosciuto Marzi. Di riflesso, va tenuto sotto controllo il terrore, che può sfociare nel panico. Assimilata l’esperienza, può scattare la fase eroica. «Eroici erano gli adolescenti, che hanno preso le distanze dall’angoscia - ha proseguito la psicologa - mentre i bambini tornavano a essere più piccoli». Rialzare la testa e condividere le esperienze porta alla cosiddetta «luna di miele, quando si dice che stiamo tenendo». È una fase delicata, in cui «anche la perdita di un foglio può far tornare indietro al punto del sisma».
Superata l’eventuale disillusione si giunge così alla ricostruzione. Il meccanismo non è automatico e può essere complicato dal ripetersi delle scosse, come avvenuto tra il 20 e il 29 maggio 2012. «Avevamo 15 psicologi nell’area - ha specificato Marzi - e almeno sei sono rimasti senza casa». Sono poi giunte altre trecento richieste di psicologi, passate al vaglio dapprima dal Centro di servizi per il volontariato. La ricostruzione non può non tenere conto delle scelte compiute in quelle drammatiche fasi. «Tra le reazioni emotive abbiamo riscontrato il senso di vergogna delle maestre che non sono andate a prendere i bimbi», ha ricordato la psicologa. Vanno trattate le reazioni cognitive (tra cui la negazione) e i comportamenti (dall’isolamento ai disturbi del sonno). «Le famiglie hanno ricostruito, ma va compreso se le capacità genitoriali sono rimaste intatte», ha analizzato Marzi. (g.f.)
Così partì il triage, ovvero l’identificazione delle persone che avevano bisogno di ricostruirsi prima di poter ricostruire. «L’85% non aveva mai visto uno psicologo - ha rimarcato Marzi - e non erano pazienti, ma soggetti traumatizzati. Molti erano stranieri».
La prima fase da trattare è lo shock, in cui è necessario un assestamento a livello mentale. «Più una persona è capace di riorganizzare l’esperienza nei trenta secondi seguenti più l’impatto sarà positivo», ha riconosciuto Marzi. Di riflesso, va tenuto sotto controllo il terrore, che può sfociare nel panico. Assimilata l’esperienza, può scattare la fase eroica. «Eroici erano gli adolescenti, che hanno preso le distanze dall’angoscia - ha proseguito la psicologa - mentre i bambini tornavano a essere più piccoli». Rialzare la testa e condividere le esperienze porta alla cosiddetta «luna di miele, quando si dice che stiamo tenendo». È una fase delicata, in cui «anche la perdita di un foglio può far tornare indietro al punto del sisma».
Superata l’eventuale disillusione si giunge così alla ricostruzione. Il meccanismo non è automatico e può essere complicato dal ripetersi delle scosse, come avvenuto tra il 20 e il 29 maggio 2012. «Avevamo 15 psicologi nell’area - ha specificato Marzi - e almeno sei sono rimasti senza casa». Sono poi giunte altre trecento richieste di psicologi, passate al vaglio dapprima dal Centro di servizi per il volontariato. La ricostruzione non può non tenere conto delle scelte compiute in quelle drammatiche fasi. «Tra le reazioni emotive abbiamo riscontrato il senso di vergogna delle maestre che non sono andate a prendere i bimbi», ha ricordato la psicologa. Vanno trattate le reazioni cognitive (tra cui la negazione) e i comportamenti (dall’isolamento ai disturbi del sonno). «Le famiglie hanno ricostruito, ma va compreso se le capacità genitoriali sono rimaste intatte», ha analizzato Marzi. (g.f.)
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