San Felice, ecco il progetto che salva la Rocca Estense
Due anni di studio coordinato di cinque università per dettagliare danni e azioni Serviranno quasi 7 milioni. «All’inizio pensammo di demolire, poi il superpiano»
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SAN FELICE. Qualcosa cambierà, «per non ripetere gli errori del passato». Ma grazie al lavoro congiunto di cinque università e al coordinamento con altre istituzioni, Comune , Soprintentenza e Regione, per la rocca estense gravemente ferita ed inagibile dal sisma del 2012, un futuro c’è.
Occorrerà ancora un mese per mettere a punto e poter presentare a livello istituzionale il progetto di riparazione. Dilazione che, ha spiegato ieri l’ingegner Carlo Blasi, si è resa necessaria per definire i dettagli dell’operazione con la Soprintendenza. La prima fase dei lavori è già stata finanziata: un milione di euro attinti dai fondi della ricostruzione e quasi 400mila di rimborsi assicurativi. Di milioni ne serviranno quasi sette, per rivedere il trecentesco monumento simbolo di San Felice.
Un percorso lungo e tortuoso, che Blasi - ex docente universitario a Parma e coordinatore del progetto che ha impegnato in questi anni cinque università italiane - ha dettagliato nei suoi passaggi fondamentali ieri davanti ad un centinaio di persone tra tecnici, politici, amministratori e cittadini di San Felice.
Prima operazione la pulizia completa dal guano che oggi pervade la fortificazione. Una «sciagura», l’ha definita. Poi la pulizia del cortile, la sistemazione di tetti e tettoie rimasti, il restauro delle volte, nello specifico di quella maestosa della sala Papa Giulio II, all’interno del mastio. Seguirà la pulizia del fossato e, in prospettiva, la ricostruzione delle quattro torri minori crollate tra il 20 e il 29 maggio 2012, infine la ricostruzione dei ponti levatoi. Quello che si affaccia sulla piazza tornerà come era (compresa la pavimentazione di lastre grigie di dubbio gusto di piazza Castello) e quello più lungo a sud, verso i giardini, verrà sostituito, assimilato al primo.
Viste le tempistiche, quella di ieri si è così caratterizzata per una giornata della memoria dei primi lavori di messa in sicurezza, e per la rendicontazione alla popolazione dell’immenso lavoro di documentazione dei danni in prospettiva antismica messo in campo dalle facoltà di Bologna, Ferrara, Genova, Modena e Parma. Dopo l’introduzione del sindaco Silvestri, che ha parlato di fondi garantiti per la ricostruzione, e di Enrico Cocchi, commissario alla ricostruzione che ha parlato di 23 centri storici da recuperare e di “città pubblica”, intesa come necessità di sostenere anche la “produttività” di quei centri storici, è stato l’ingegner Daniele Castellazzi, capo dell’ufficio tecnico del Comune, ha raccontare come si è sviluppato sulla rocca un piano di azione che è stato definito unico al mondo e preso a modello anche in un convegno internazionale a Rodi.
«Nei primi momenti - ha detto Castellazzi - fu valutata e scartata anche l’ipotesi di demolire il mastio pericolante. Ma facemmo squadra. Servivano i massimi esperti, così contattai mio nipote Giovanni che lavora con l’Università di Bologna, mi indicò alcuni docenti, poi fu scelto l’ingegner Fergnanii col quale a sua volta venne individuata la ditta specializzata per la messa in sicurezza». Fergnani, intervenuto dopo, ha illustrato le modalità operative (iniezioni di cavi di acciaio e mazze), che consentirono di salvare la rocca e di pianificarne la riparazione. Lavoro coordinato dall’ing. Giovanni Castellazzi e dalla collega Eva Coisson in particolare: «La rocca è stata esaminata con 163 stazioni di rilievo con laser scanner, accorpando 40 milioni di punti rilevati, per rilevare l’edificio in 3D. Oggi dopo 2 anni di studi conosciamo ogni dettaglio, ad esempio che si compone di 2,3 milioni di mattoni, e che ha una massa di quasi 11 milioni di chili, o un volume di 5.627 metri...».
Nel concreto, i tecnici hanno valutato che la riparazione del mastio è preferibile sganciandolo dai muri che lo abbracciano, che serviranno delle cerchiature anche nella parte più bassa e che i tetti e i muri delle torrette sopra i merli, poggiando sui merli stessi e non sui muri delle torri, hanno rappresentato tra l’altro un punto di debolezza, da correggere.
Alle conclusioni sono pervenuti l’architetto di Carla Francesco (oggi segretario generale al Ministero dei beni culturali) e il presidente della Regione, Stefano Bonaccini per cui «veder rinascere monumenti come questo, che ha un'importanza anche simbolica è uno degli obiettivi che ci siamo dati fin dall'inizio della ricostruzione». (ase)
Occorrerà ancora un mese per mettere a punto e poter presentare a livello istituzionale il progetto di riparazione. Dilazione che, ha spiegato ieri l’ingegner Carlo Blasi, si è resa necessaria per definire i dettagli dell’operazione con la Soprintendenza. La prima fase dei lavori è già stata finanziata: un milione di euro attinti dai fondi della ricostruzione e quasi 400mila di rimborsi assicurativi. Di milioni ne serviranno quasi sette, per rivedere il trecentesco monumento simbolo di San Felice.
Un percorso lungo e tortuoso, che Blasi - ex docente universitario a Parma e coordinatore del progetto che ha impegnato in questi anni cinque università italiane - ha dettagliato nei suoi passaggi fondamentali ieri davanti ad un centinaio di persone tra tecnici, politici, amministratori e cittadini di San Felice.
Prima operazione la pulizia completa dal guano che oggi pervade la fortificazione. Una «sciagura», l’ha definita. Poi la pulizia del cortile, la sistemazione di tetti e tettoie rimasti, il restauro delle volte, nello specifico di quella maestosa della sala Papa Giulio II, all’interno del mastio. Seguirà la pulizia del fossato e, in prospettiva, la ricostruzione delle quattro torri minori crollate tra il 20 e il 29 maggio 2012, infine la ricostruzione dei ponti levatoi. Quello che si affaccia sulla piazza tornerà come era (compresa la pavimentazione di lastre grigie di dubbio gusto di piazza Castello) e quello più lungo a sud, verso i giardini, verrà sostituito, assimilato al primo.
Viste le tempistiche, quella di ieri si è così caratterizzata per una giornata della memoria dei primi lavori di messa in sicurezza, e per la rendicontazione alla popolazione dell’immenso lavoro di documentazione dei danni in prospettiva antismica messo in campo dalle facoltà di Bologna, Ferrara, Genova, Modena e Parma. Dopo l’introduzione del sindaco Silvestri, che ha parlato di fondi garantiti per la ricostruzione, e di Enrico Cocchi, commissario alla ricostruzione che ha parlato di 23 centri storici da recuperare e di “città pubblica”, intesa come necessità di sostenere anche la “produttività” di quei centri storici, è stato l’ingegner Daniele Castellazzi, capo dell’ufficio tecnico del Comune, ha raccontare come si è sviluppato sulla rocca un piano di azione che è stato definito unico al mondo e preso a modello anche in un convegno internazionale a Rodi.
«Nei primi momenti - ha detto Castellazzi - fu valutata e scartata anche l’ipotesi di demolire il mastio pericolante. Ma facemmo squadra. Servivano i massimi esperti, così contattai mio nipote Giovanni che lavora con l’Università di Bologna, mi indicò alcuni docenti, poi fu scelto l’ingegner Fergnanii col quale a sua volta venne individuata la ditta specializzata per la messa in sicurezza». Fergnani, intervenuto dopo, ha illustrato le modalità operative (iniezioni di cavi di acciaio e mazze), che consentirono di salvare la rocca e di pianificarne la riparazione. Lavoro coordinato dall’ing. Giovanni Castellazzi e dalla collega Eva Coisson in particolare: «La rocca è stata esaminata con 163 stazioni di rilievo con laser scanner, accorpando 40 milioni di punti rilevati, per rilevare l’edificio in 3D. Oggi dopo 2 anni di studi conosciamo ogni dettaglio, ad esempio che si compone di 2,3 milioni di mattoni, e che ha una massa di quasi 11 milioni di chili, o un volume di 5.627 metri...».
Nel concreto, i tecnici hanno valutato che la riparazione del mastio è preferibile sganciandolo dai muri che lo abbracciano, che serviranno delle cerchiature anche nella parte più bassa e che i tetti e i muri delle torrette sopra i merli, poggiando sui merli stessi e non sui muri delle torri, hanno rappresentato tra l’altro un punto di debolezza, da correggere.
Alle conclusioni sono pervenuti l’architetto di Carla Francesco (oggi segretario generale al Ministero dei beni culturali) e il presidente della Regione, Stefano Bonaccini per cui «veder rinascere monumenti come questo, che ha un'importanza anche simbolica è uno degli obiettivi che ci siamo dati fin dall'inizio della ricostruzione». (ase)
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