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Modena, rapimento Moro: ecco il romanzo-verità “bloccato” 36 anni fa

di Michele Fuoco
Modena, rapimento Moro: ecco il romanzo-verità “bloccato” 36 anni fa

“Il segreto” è rimasto a lungo chiuso in un cassetto L’autore è il giornalista modenese Antonio Ferrari

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MODENA. Apre un'ampia finestra di luce sul "misterioso" sequestro e omicidio di Aldo Moro il libro "Il segreto" di Antonio Ferrari, inviato speciale per 30 anni del Corriere della Sera, con il quale il giornalista modenese continua a collaborare. Amico di Walter Tobagi, Ferrari si è occupato di terrorismo rosso e nero. Inevitabile la scorta per due anni. Il suo libro-denuncia è rimasto nel cassetto per 36 anni e ora pubblicato da Chiarelettere. Già cinque edizioni e presentazioni in tutta Italia (anche a Modena presso la libreria Ubik e alla Rocca di Vignola su iniziativa della Libreria dei Contrari), perché tante le rivelazioni sulla morte dello statista, anche se il libro è concepito come romanzo.

Quali le verità sul rapimento di Aldo Moro?

«Non ho verità, perché tutta la verità non la conosceremo mai. In queste grandi vicende nazionali o internazionali intervengono forze estranee esterne, come i servizi segreti che mettono in scena forze che vanno al di là dei governi e degli Stati. Parlo di infiltrati, di gente che è riuscita a controllare anche le organizzazioni terroristiche e serviva due padroni, perché la decisione di rapire Moro, di sottoporlo ad un processo per poi ucciderlo vengono prese da forze che non sono necessariamente legate al nucleo storico delle Brigate Rosse, di cui buona parte era già in galera. Una cosa mi ha colpito è l'appello di Paolo VI che disse: "Mi rivolgo a voi, uomini delle Brigate Rosse". Il che vuol dire che esistevano le Brigate Rosse e forse qualche altro».

Come nasce il libro?

«L'idea è nata dalla mia azienda sconvolta dallo scandalo P2. Fu una cosa umiliante e vergognosa per il Corriere di cui sono innamorato, perché ci lavoro da circa 46 anni, scoprire che accusati erano il direttore, l'amministratore delegato e giornalisti. Quando mi chiamò l'azienda, in luglio 1981, per dirmi di fare qualcosa per dare l'idea di pulizia del giornale, accettai di scrivere un romanzo, in cui potevo raccontare il 60% di verità, il 20% di fantasia e il 20% di cose sospette, non in grado di provare. Firmai il contratto e realizzai il libro. Un libro scomodo che per 36 anni non è uscito».

È stato lei a sostenere l'idea del complotto?

«Molti pensavano la stessa cosa. Io avevo qualche pezzo in più. Nel romanzo l'agente segreto Ron J. Stewart corrisponde nelle iniziali al vero Ronald Stark, americano trafficante di droga arrestato a Bologna tre anni prima della vicenda Moro, che si infiltrò in carcere tra le BR. Poi è morto misteriosamente... Il piano Moro sul compromesso storico non era gradito ai gruppi trasversali di potere, a forze economiche degli Stati Uniti».

Altri elementi che hanno contribuito a riscostruire l'assassinio?

«Che i brigatisti fossero delle "aquile" da commando, capaci in tre minuti di uccidere cinque uomini della scorta senza torcere un capello a Moro e porlarlo via, non ci crederò mai. Inoltre, Moro, presidente della Democrazia Cristiana, resta prigioniero per 55 giorni. Aveva ragione il giudice Imposimato che un corpo dello Stato non poteva non sapere il luogo dove era tenuto prigioniero, senza far nulla per andarlo a prenderlo. Credibile un sospetto importante: alla maggioranza degli uomini delle Brigate Rosse che pare abbia deciso di liberare Moro, si sono opposti quelli del complotto, del centro di potere degli Stati Uniti che non volevano che il partito comunista entrasse in un governo occidentale. Anche l'Unione Sovietica, con Breznev, non tollerava che il partito comunista ribelle potesse essere alternativo a quello del dominio del proletariato. C'è pure la scuola francese Hyperion e il Corriere pubblicava nel 1979 che "secondo i servizi segreti era a Parigi il quartier generale delle BR". Dopo l'articolo i servizi segreti francesi, che fecero di tutto per liberare Moro, smisero di collaborare».

È una vicenda complessa...

«Il caso Moro è, se pure con proporzioni molto diverse, è il nostro 11 Settembre delle Torri gemelle. L'italia viene definita Paese con una incredibile zona grigia. Il problema è sempre la memoria. La memoria rompe le scatole, dà fastidio. Sono un cultore della memoria. Sergio Romamo mi chiama "Il guastafeste della memoria". Il giornalista deve scavare fin dove è possibile. Alcune cose del libro sono realmente coincidenti con la realtà, come ha constatato la Commissione d'inchiesta voluta da Renzi. Ciò mi riempie d'orgoglio perché le intuizioni di allora sono diventate fatti quasi certi oggi».
 

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