Gazzetta di Modena

Modena

Troppi anni di incuria per un tesoro inestimabile

di Stefano Luppi
Troppi anni di incuria per un tesoro inestimabile

Desta preoccupazione lo stato in cui si trova l’altare di Begarelli in San Pietro L’esperto Marco Dugoni: «Opere di questo genere vanno tutelate in tutti modi»

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L’allarme relativo alle condizioni del cinquecentesco altare delle statue di Antonio Begarelli all’abbazia di San Pietro, reso noto nell’edizione di ieri della Gazzetta, è raccolto dagli storici dell’arte. Ora, però, dovranno essere le istituzioni pubbliche e private della città a racimolare i 400mila euro che l’architetto Vincenzo Vandelli ha detto servono per restaurare una delle principali opere antiche sotto la Ghirlandina. Un’opera, alta nove metri e posto in fondo alla navata destra di San Pietro, che soffre da tempo, ma che dopo il sisma è caratterizzata da profonde crepe e distaccamenti molto evidenti.

«A Modena - spiega lo storico dell’arte Leonardo Piccinini - ci sono chiese sempre chiuse, penso al pantheon degli Estensi a San Vincenzo dove è stato anche rubato il Guercino. Anche per il Begarelli di S.Pietro servono fondi perché non basta il grande lavoro che svolge l’architetto Vandelli. Il sindaco dovrebbe attivarsi per fare ottenere fondi privati e anche statali, ma soprattutto occorre una campagna di comunicazione globale sui grandi tesori modenesi. Possiamo coinvolgere anche la facoltà umanistica di Unimore, sarebbe utilissimo nella città che ha speso molto per l’effimero magari di qualità ma non legato alla nostra storia. Stiamo attenti che non si arriva al degrado dei monumenti visto che a Santa Croce a Firenze un turista è purtroppo deceduto».

Marco Dugoni, uno dei maggiori esperti modenesi di arte antica analizza la situazione dell’altare anche tomba dell’artista definito nel Cinquecento il “Michelangelo della plastica”. «Si tratta - spiega Dugoni - di una delle opere più importanti di Begarelli, purtroppo gravemente compromessa dall'incuria cui è stata soggetta da molto tempo. Basti pensare che la spada di San Pietro è appesa al suo braccio con un fil di ferro oppure al fatto che l’opera in terracotta originariamente doveva essere ricoperta di un leggero strato di caolino per dar la sensazione del marmo. Purtroppo nel tempo si è provveduto a ricoprire il tutto con vari strati di gesso col risultato di appiattire tutto. L’ex soprintendente Giorgio Bonsanti ormai molti anni fa ha affermato che su quest'opera non avrebbe detto nulla prima che fosse sottoposta a restauro e siamo ancora in attesa dei lavori. Se la Fondazione Cassa di risparmio individuasse dei fondi si potrebbe incaricare l'Opificio delle pietre dure di Firenze di fare una perizia. Occorre agire in fretta e anche il Comune dovrebbe farsi carico quantomeno del sollecito necessario per la salvezza di una delle opere capitali della città».

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