Gazzetta di Modena

Modena

La prof. Maria Grazia Modena dopo l'assoluzione definitiva: «Spiata perfino in bagno Mi sono sentita violata»

di Luca Gardinale
La prof. Maria Grazia Modena dopo l'assoluzione definitiva: «Spiata perfino in bagno Mi sono sentita violata»

La cardiologa ripercorre i sei anni della vicenda giudiziaria “camici sporchi” «Impianto accusatorio fragile, basato sulle calunnie dei colleghi Rossi e Sgura»

5 MINUTI DI LETTURA





[[atex:gelocal:gazzetta-di-modena:modena:cronaca:1.16387559:Video:https://video.gelocal.it/gazzettadimodena/locale/caso-cardiologia-prof-modena-assolta-cancellate-la-definizione-camici-sporchi-e-a-chi-mi-ha-accusato-dico/90668/91254]]

MODENA. Stringe Manhattan e sorride. E lo farà per tutta l’intervista: bassotto nero in braccio e sorriso, a volte soddisfatto perché stavolta è davvero finita, a volte amaro perché quei sessantadue mesi sono stati durissimi. Era il 9 novembre 2012 quando Maria Grazia Modena, ex primario di Chirurgia al Policlinico, venne arrestata - prima ottenne i domiciliari, poi “l’esilio” a Venezia - nell’ambito dell’inchiesta “Camici sporchi”, ed è il 21 gennaio 2018 quando, dal divano di casa sua, la professoressa si guarda alle spalle e racconta un inferno chiuso la notte tra il 19 e il 20, con la sentenza della Cassazione che cancella ogni accusa. E, come prevedibile, ora la professoressa Modena ne ha per tutti, a partire dal Policlinico, che dopo l’Appello - che poco più di un anno fa aveva ribaltato la sentenza di primo grado, confermando solo la condanna a otto mesi per falso e stralciando quelle per associazione a delinquere, truffa, corruzione e abuso d’ufficio - non solo non aveva gioito per la sentenza, ma aveva subito fatto ricorso in Cassazione. Professoressa Modena, come sta?

«Sto bene, anche se mi sono stati tolti gli anni più prolifici della mia vita professionale, quelli dai 59 ai 64, quando stavo iniziando a pensare a una successione e a unire le Cardiologie modenesi: non per me, ma per il bene dei pazienti, che mi ha guidato in tutta la mia attività».

Perché pensa che sia successo tutto questo?

«E’ stato un processo politico, prima di tutto, nato dall’invidia verso un reparto che stava crescendo, e che con il professor Sangiorgi aveva fatto un salto di qualità. Del resto, quando si fanno cose nuove c’è sempre qualcuno che si sente infastidito: forse abbiamo dato fastidio anche a Bologna… Secondo la Procura io avrei fatto quello che non è mai successo, ovvero le sperimentazioni illecite, per prestigio: in realtà io, alla mia età e nella mia posizione, avevo già rotto il tetto di cristallo, quindi non avevo bisogno di prestigio. Avevo però pensato di unire le forze, di far crescere una sanità modenese polverizzata, ma mi hanno smantellato tutto quello che avevo costruito in tanti anni».

La Procura di Modena, appunto. Il procuratore Musti ha parlato di “indagine sperimentale unica, al punto che oggi è stata anche esportata all’estero”.

«Francamente mi vengono i brividi: sarà anche stata un’indagine sperimentale, ma ha prodotto delle carte e degli effetti, portando i Nas a fare indagini su cose come palloncini e stent, sui quali evidentemente non c’era un’adeguata preparazione. Ma tutta l’indagine è stata caratterizzata da una fragilità insostenibile, prima di tutto perché l’inchiesta è stata fatta su persone ignare di tutto, intercettate con il virus Trojan, che oggi non si può nemmeno più usare. Mi hanno spiato nel mio studio, dove avevo anche un bagno: la mia privacy è stata completamente violentata. Detto questo, mi sembra difficile pensare che questa modalità d’indagine venga utilizzata anche all’estero: magari in Nicaragua…». Ma oggi quest’incubo è finito: cosa vorrebbe ora?

«Vorrei che l’espressione “camici sporchi” fosse cancellata per sempre, perché il mio camice è pulito e lo è anche quello delle persone che lavoravano con me, perché non potevo permettere che gli altri camici fossero sporchi. Questo è stato un processo politico, non penale, che mi ha visto combattere contro i poteri forti, mentre elicotteri e clamore mediatico ha portato la gente a pretendere gli scalpi degli imputati. Un processo nato da veri e propri calunniatori che hanno nomi e cognomi, ovvero i professori Rosario Rossi e Fabio Sgura».

Il suo camice è pulito, ma, almeno per ora, per la giustizia non lo sono gli altri…

«L’associazione per delinquere è stata demolita, e soldi non ne hanno trovati né per me, né per gli altri. Però ci sono state delle famiglie distrutte, con persone additate come assassine. Il tutto, lo ribadisco, senza che né io né Sangiorgi sapessimo di essere nel registro degli indagati, e questo è stato uno dei motivi per cui ho vinto in Appello. Ribadisco che, dal momento che il mio camice è sempre stato bianco, non potevo permettermi che non lo fossero anche gli altri: per questo, mi auguro che questa storia finisca presto anche per loro».

A proposito dell’Appello, ha sentito i dirigenti del Policlinico dopo il ribaltamento della sentenza o dopo il giudizio della Cassazione?

«No, non li ho sentiti né allora né adesso, dopo la sentenza della Suprema Corte: forse sono un po’ storditi dalla sentenza. Ma quello che mi fa più male è che dopo l’Appello, invece di essere soddisfatti e orgogliosi per l’innocenza della loro dipendente accusata di aver fatto cose terribili, abbiano deciso di fare ricorso in Cassazione: ora spero che qualcuno di loro abbia il coraggio e l’onestà di chiedermi scusa e di offrirmi qualcosa che possa portarmi a ricostruire quello che è stato distrutto. Del resto, il Policlinico non è l’unico ad essersi comportato in questo modo: anche dall’Ordine dei medici ho avuto un pessimo trattamento».

Sarebbe pronta a tornare a Cardiologia?

«Sì, è quello che voglio: avevo costruito quel reparto con un’accuratezza maniacale, ma questa inchiesta, estremamente fragile ma con un clamore mediatico enorme, lo ha completamente smantellato. Ma questo non significa che non si possa provare a ricostruire: è vero che è stato tutto distrutto e che nel frattempo la città ha cambiato volto, ma ci sono tante persone che ci lavorano ancora e che anche in questi anni hanno continuato a credere in me. E’ da questo che vorrei ripartire, per fare qualcosa di nuovo. Adesso, a chi ha agito come se io fossi già stata condannata, chiedo un atto di onestà».
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google