Sarcone jr, il ragazzo diventato boss
L’escalation: ha tanti soldi e Grande Aracri gli affida anche il ruolo di paciere
La “faccia bella” della famiglia, ma anche una “cosa unica” con i fratelli maggiori Nicolino e Gianluigi. È il ritratto di Carmine Sarcone che emerge dall’ultimo troncone dell’inchiesta Aemilia, con dichiarazioni di pentiti riscontrate nelle indagini che hanno portato al fermo del 38enne per associazione mafiosa: uomo al centro di dinamiche di ’Ndrangheta dalla fine degli anni Novanta, Sarcone era diventato il punto di riferimento del gruppo emiliano legato alla Cosca Grande Aracri, nel momento in cui familiari e altri esponenti di spicco sono finiti in carcere.
Per tracciarne l’identikit criminale gli investigatori si sono basati su più indagini di criminalità organizzata, tra cui “Pendolino”, relativo ad un bar reggiano, “Scacco Matto”, “Edilpiovra”, “Idra” con il clan che aveva tentato di infiltrarsi nella ricostruzione post sisma dell’Abruzzo, “Kyterion”, “Valpolicella” e soprattutto Aemilia, dove è stata evidenziata la struttura moderna dell’organizzazione che affianca la classica tradizione ’ndranghetistica e penetra la realtà socio-economica emiliana.
Diversi collaboratori hanno indicato in Carmine Sarcone il rappresentante dei fratelli, soggetto di grande intelligenza e altrettanta disponibilità di liquidità, in grado pure di recuperare armi per il boss Nicolino Grande Aracri. Il 38enne dispone di grossi capitali di liquidità, centinaia di migliaia di euro pronti per essere utilizzati. Ed è sempre lui che si muove per tenere i contatti con il boss. Lo considerano un uomo operativo - sarebbe stato anche pronto ad uccidere - e poi una mente fina. A lui è infatti stato spesso affidato il compito di mediare all’interno del gruppo, oltre che tra il gruppo e altri contesti criminali, ad esempio con il clan dei Casalesi operativi a Modena quando con questi c’è stata l’occasione di portare a termine la monetizzazione di assegni di provenienza illecita e conseguente spartizione. Rapporti che confermano ulteriormente i sospetti: ossia che vi fosse un patto di non belligeranza tra le varie consorterie e che nell’ultimo periodo i calabresi avessero preso il dominio assoluto sull’intera Emilia, relegando ad un ruolo di subordine i campani.
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