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Modena. Allarme aggressioni, si corre ai ripari

di Saverio Cioce
Modena. Allarme aggressioni, si corre ai ripari

Pronto Soccorso, non più la prima linea per salvare vite ma un affollato ambulatorio per 65 mila persone all’anno  

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MODENA. La sfuriata con minacce di un parente che pretendeva d’imporre cure ed esami clinici ai medici del Pronto soccorso di Baggiovara, pochi giorni fa, non è un caso isolato per chi vive nella trincea dell’emergenza ospedaliera. Giusto tre settimane fa, a cavallo della notte di Capodanno, un modenese con l’equilibrio sballato per quello che aveva fatto poco prima al Ps del Policlinico ha iniziato a inveire per l’attesa e ha preso a pugni un infermiere che cercava di calmarlo.

Casi isolati? No, almeno per quello che riguarda i pazienti problematici, anche se a detta dei responsabili dei due ospedali gli atti violenti si contano sulle dita di una mano. Ma le aggressioni verbali, le liti e le esplosioni di violenza verbale sono all’ordine del giorno quando si allungano i tempi d’attesa.

«Il Pronto Soccorso finisce per assumere oggi un ruolo completamente diverso da quello per cui è nato - sottolinea il responsabile del Ps del Policlinico, Antonio Luciani - Anzichè salvare le vite di chi arriva in condizioni gravi dopo un infarto o un ictus diventiamo l’unico punto per una risposta sanitaria gratuita e aperto 24 ore su 24. Anzichè essere la prima linea di cure specialistiche in ospedale veniamo scelti come un ambulatorio, dove ognuno porta il suo problema, grande o piccolo, magari per non aspettare il giorno dopo e ricorrere alla consulenza del medico di famiglia. Inevitabilmente, con queste abitudini ormai consolidate, il Pronto Soccorso finisce per diventare una sorta di porto di mare per i tanti casi sociali che la società propone: anziani soli e con famiglie non in grado di accudirli, violenze di genere, alcolisti o tossicodipendenti in crisi».

L’elenco dei casi difficili è sicuramente più lungo delle categorie elencate dal dottor Luciani. Spesso tocca a lui sbrogliare situazioni umane difficili, dallo sradicato che vive per strada e che si rifiuta di andar via perchè non ha un tetto, magari ospite fisso della sala d’aspetto per una settimana, sino a persone con disturbi del comportamento. Così il peso organizzativo delle 180 persone che bussano alle porte del Ps di via del Pozzo, 65 mila in un anno, finiscono per gravare sulle poche persone che si alternano nei tre turni della giornata. Anche se per le emergenze di ginecologia, pediatria e oculistica ci sono le porte aperte dei reparti che hanno in funzione medici per i casi di pronto soccorso, è difficile che un infermiere, un medico e il “triagista”, ovvero l’infermiere che seleziona la gravità delle richieste e smista le priorità, riuscire a rispondeRe a tutti. Certo, c’è sempre chi è in appoggio per i problemi ortopedici, ma le risorse non sono certo quelle di chi entra al Ps e crede di trovare una struttura a metà strada tra una pizzeria e una banca.

«Spesso - aggiunge Luciani - ci viene chiesto perchè non aggiungiamo altra gente a lavorare se ci sono tante richieste. La gente pensa che noi possiamo alzare il telefono e ordinare ai colleghi di tutto l’ospedale di scendere ad aiutarci. Niente di più sbagliato». Al Policlinico il Ps ha elaborato un protocollo per i casi più gravi, con il “triagista” che per primo affronta i più agitati, affiancato dal medico se serve. Se la protesta sale di livello si fanno intervenire le guardie giurate si chiameranno le forze dell’ordine.

I tempi biblici sono quindi la regola e innescano malumori che scoppiano dopo attese di ore, molte, anche per i casi meno gravi. In più c’è la questione dei trattamenti specialistici, che finiscono per diventare una sorta di zavorra nascosta. Gli esami come ecografie e simili, quando sono prescritti, sono gratuiti, senza pagare ticket: di qui la scelta di chi non vuole pagare nulla di organizzarsi con termos e sgabelli per passare ore di attesa con la certezza di analisi gratuite.
 

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