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L’omicidio e la vita segnata tra carcere, fughe e amori

di Silvia Sanna
L’omicidio e la vita segnata tra carcere, fughe e amori

Il fantasma del passato alle spalle di Concas: nel 1994 uccise un’anziana per soldi Confessò. Poi 23 anni in cella, una storia passionale con l’educatrice e l’evasione

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SASSARI

Prima di accoltellarla a morte aveva bevuto un caffè seduto in poltrona. Lei gli aveva aperto la porta della sua casa, una villetta in via Veronese, parte alta di Olbia. Loredana Gottardi, 75 anni, era fatta così: nonostante i tre furti subìti in pochi mesi, non aveva neppure messo le grate alle finestre. Non voleva vivere in una casa bunker, diceva alle amiche. E quel ragazzo che aveva bussato il pomeriggio del 19 gennaio del 1994 doveva esserle sembrato un tipo gentile. Al punto che prima di salutarlo, dopo avere parlato di case in affitto e degli appartamenti vuoti che lei possedeva, gli offrì anche un whisky. Pasquale Concas poggiò il bicchiere e si alzò, poi la colpì. Obbligò Loredana Gottardi a dirgli dove teneva i soldi, poi la colpì ancora, più volte. La lasciò a terra, tentò invano di provocare una esplosione collegando il tubo del gas e fuggì. Fu un giallo per due mesi. La verità venne fuori solo dopo la telefonata di un anonimo che chiamò a casa Gottardi, dai nipoti di Loredana: «So che cosa è successo, vi dirò tutto in cambio di cinquanta milioni». I telefoni furono messi sotto controllo e quando il 18 marzo arrivò l’ennesima telefonata dello sciacallo, uno dei nipoti della donna fu bravo a trattenerlo a lungo. Polizia e carabinieri fermarono Pasquale Concas pochi minuti dopo nei pressi di una cabina telefonica. Provò a scappare, poi si arrese. E confessò: non era solo uno sciacallo, era lui l’assassino. Fornì molti particolari, fece ritrovare la carta d’identità della vittima. Poi a confermare la sua versione arrivò la prova regina, quella del Dna. Qualche settimana dopo Pasquale Concas ritrattò: «Non l’ho uccisa, l’ho solo rapinata». Ma i giudici non ebbero dubbi e lo condannarono a 28 anni di carcere. Ne scontò 21, tra Alghero e Sassari. E durante la detenzione continuò a fare parlare di sè. Prima nel 2005, quando tentò la fuga dal carcere di Alghero. La sua condotta irreprensibile aveva convinto il magistrato di sorveglianza a concedergli permessi premio che trascorreva nella casa famiglia gestita dalla Caritas Diocesana di Alghero. Un sabato sera anziché rientrare in cella, raggiunse Porto Torres e partì per Genova a bordo di un traghetto. Fu rintracciato dai carabinieri della compagnia di Alghero grazie alle telefonate che fece ad alcuni amici con un cellulare. I militari lo convinsero a tornare indietro.

Qualche anno dopo Pasquale Concas ottenne la semilibertà. Insieme alla compagna rilevò una pizzeria a Osilo, sembrava essersi tranquillizzato. Ma per un contrasto con un conoscente, un pregiudicato, gli si spalancarono di nuovo le porte del carcere. Lui protestò, fece un lunghissimo sciopero della fame. Per un mese rifiutò il cibo, alla fine anche l’acqua. Al suo fianco rimase a lungo la compagna, una criminologa che aveva conosciuto nel 2005 in carcere durante un tirocinio, un programma educativo dedicato ai detenuti. La donna si spese per fargli ottenere la semilibertà sottolineando come in tanti anni di detenzione si fosse sempre comportato bene. Nel 2013 la compagna di Concas fu indagata per minacce nei confronti di un’altra operatrice del carcere, un’assistente sociale con la quale erano nati dei contrasti proprio sulla vicenda di Concas. Nel 2015 Pasquale Concas ha lasciato il carcere e anche la Sardegna. Si è trasferito a Modena, forse voleva ricominciare. Dopo tre anni è di nuovo in cella, con la stessa accusa infamante di femminicidio.



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