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“Veleno”, folla e lacrime per i genitori innocenti

“Veleno”, folla e lacrime per i genitori innocenti

Furono strappati alle famiglie vent’anni fa, nel pieno di una inchiesta che raccontava di riti satanici, uccisioni e violenze di massa ai danni dei bambini. nei cimiteri e nelle fabbriche dismesse...

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Furono strappati alle famiglie vent’anni fa, nel pieno di una inchiesta che raccontava di riti satanici, uccisioni e violenze di massa ai danni dei bambini. nei cimiteri e nelle fabbriche dismesse della Bassa.

Storie inverosimili, solo parzialmente smontate dalla sequenza dei processi che si sono susseguiti, una volta che i processi si sono celebrati fuori Modena. Dodici bambini che non hanno mai rivisto le famiglie (anche i genitori completamente assolti), perché educati e cresciuti nella convinzione di essere stati vittime di quegli abusi tanto orrendi quanto incredibili.

Alcuni di loro, oggi persone di mezza età, continuano a crederci, né hanno ceduto alla realtà che ha ripresentato e avvalorato l’inchiesta “Veleno”, condotta per Repubblica dalla “iena” Pablo Trincia. Oggi alcuni di loro dirameranno un comunicato, che si allinea con la posizione della magistratura modenese, il cui lavoro viene a dir poco censurato dalle scoperte di Trincia e dalle testimonianze che si susseguono.

Altri invece cominciano a porsi delle domande. E, nascosti tra il pubblico, hanno ascoltato in un clima surreale i racconti che l’altra sera hanno fatto tappa a Palazzo Europa.

Come quello di Debora, sorella del “bimbo zero”, come l’ha ribattezzato Trincia. Il primo a fare i racconti che scatenarono un vero inferno in tante famiglie.

«Mio fratello - ha detto Debora, oggi donna e mamma - ha raccontato di persone e famiglie che neppure conosceva». Parole sconvolgenti, inframmezzate da un pianto incontenibile, per la tragedia che ha colpito la sua famiglia: i genitori morti nell’infamia, il fratello mai più rivisto.

Quel fratello i cui racconti mandarono in galera decine di persone, in un diluvio che presto coinvolse anche altri bambini. Oggi, rintracciato e registrato da Trincia, ammette in un momento di debolezza e di rabbia contro chi lo ha usato che in carcere sono finite persone innocenti.

Di lacrime l’altra sera ce ne sono state tante, anche tra il pubblico, dove sedevano anche i collaboratori del vescovo. Perché l’avvocato Pierfrancesco Rossi non ha saputo trattenersi quando ha descritto il funerale del suo assistito: don Giorgio Govoni, morto per il dolore di quelle accuse: «Ad accompagnare il feretro c’erano decine di bambini vestiti di bianco», ha ricordato, stigmatizzando la credibilità di chi voleva quei bambini vittime dei riti organizzati dallo stesso Don Giorgio. Una riabilitazione avvenuta in tribunale e poi nella storia, ma senza scuse. Mai.

Come di scuse non è ha mai ricevute Lina, la nonna oggi 85enne di Massa che si è vista spazzare via la famiglia: marito e figli accusati di essere dei mostri, i nipoti vittime di quei riti che avvenivano di notte e magari nel doposcuola, come dissero i bambini, al cimitero di Massa e alla ex Bellentani.

Tanti gli interventi, di gente che vive da 20 anni una insanabile disperazione per quei bambini scomparsi. «Mi fidavo dell’assistente sociale, era del paese, l’ho vista crescere da bambina...». Una ferita che non può chiudersi.

L’avvocato Patrizia Micai, la più decisa a chiedere la revisione dei processi finiti con sentenze “cerchiobottiste”, ha ribadito: «Qui non si tratta di rimestare nel dolore, ma di ricostruire la verità. Credo nella giustizia, credo che la magistratura debba farsi carico della verità, perché questo è il suo compito: la verità».

Durissima la condanna dello psichiatra Valgimigli, che sul tema sta scrivendo un libro: «Errori che si ripetono tuttora, provocati da consulenti dei magistrati che sono sempre quelli, preoccupati più di assecondare le tesi accusatorie di chi li incarica che di accertare con il contraddittorio e metodi scientifici».

Ma le colpe furono di tanti.

E tante, come ha ricordato Trincia, le stranezze e i non sensi da spingerlo ad un lavoro delicato e profondo. Per la verità.

Alberto Setti

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