«Il timore riguarda anche chi arriva in Italia»
L’invito del sacerdote: «Fatemi giungere osservazioni e idee per costruire una comunità inclusiva»
Viene spesso riferito un dato che fa pensare: sulle circa 57.000 persone detenute in Italia, un terzo sono di origine straniera; e spesso questo fatto provoca considerazioni xenofobe. Ma per interpretarlo bene, occorre sapere - senza diminuirne la portata - che il 90% dei cittadini italiani incriminati o condannati ha la possibilità di ottenere misure alternative alla detenzione, cosa che è possibile solo al 10% degli stranieri incriminati o condannati. Anche in considerazione di questi delicati fenomeni, dovremmo tutti concorrere ad invocare e provocare interventi legislativi adeguati e prassi più snelle e meno burocratizzate, per rendere più agevole l'ottenimento dei permessi di soggiorno e le verifiche per la concessione dello status di rifugiato.
E infine – ma ci sarebbero altri dati da considerare – dell’informazione fa parte anche il dovere di conoscere le cause del fenomeno migratorio legato ai rifugiati; cause che forse meriterebbero qualche ammissione di colpa da parte di alcuni paesi occidentali: dalle conquiste coloniali alle guerre che, in Siria, Iraq e in varie zone dell’Africa, sono tuttora alimentate anche dallo sfruttamento economico e dal commercio delle armi sulle quali i paesi venditori – tra cui l’Italia – guadagnano non poco.
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"Ma qual è il mio paese?" Subito dopo avere risposto alla domanda di quel bimbo, l'insegnante del doposcuola parrocchiale prese informazioni sulla maestra che l'aveva suscitata; con un certo sollievo, apprese che si trattava di una supplente e che solo da pochi giorni stava sostituendo la titolare. È stato insomma un incidente di percorso e non l'espressione di cattiva volontà. La scuola, infatti, si conferma uno dei luoghi decisivi dell'integrazione, la cui prima fase è proprio l'inclusione, che è un'opera prima di tutto culturale.
È ormai il momento di passare dai numeri ai volti e dire chiaramente che il modo per vincere la paura e prendere coscienza della realtà è di favorire l'incontro. I cristiani, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, ritengono che la persona venga prima di ogni categoria e quindi mettono al primo posto la dignità della persona umana su tutte le altre considerazioni: si può dire che questo è il loro contributo fondamentale fin dall'inizio alla civiltà occidentale.
Quando ci troviamo di fronte ad una persona, vale più questo dato rispetto alle domande – pur legittime, e anzi necessarie, sulla sua appartenenza - provenienza, condizione e sui suoi diritti. Quando abbiamo davanti un essere umano che ha bisogno, è debole, ha sofferto, magari è anche minorenne, il primo passo per noi esseri umani più fortunati, e soprattutto per chi tra di noi crede alla verità del Vangelo, è quello di attivare l'accoglienza.
Poi verranno tutte le altre considerazioni, doverose e sacrosante: è giusto? Chi ci guadagna? Come evitare che dieci migranti al giorno anneghino tra la costa libica e la Sicilia? Come combattere lo sfruttamento disumano dei trafficanti? Come aiutare i migranti profughi nelle loro terre? Non è certo questo il contesto per discuterne, ma sarebbe bello poterne parlare civilmente, senza scatenare rabbia e odio. Sarebbe bello evitare strumentalizzazioni politiche ed essere liberi di potersi esprimere sulla opportunità di un riconoscimento di cittadinanza per chi nasce e viene educato in Italia, senza sentirsi accusare di populismo. Oppure poter manifestare perplessità sui recenti accordi tra Italia e Libia, che hanno certo limitato il flusso di migranti ad un prezzo umanitario però molto elevato, senza sentirsi accusare di ingerenza. O mostrare, anche attraverso le cifre, che il primo modo di aiutare i profughi "a casa loro" sono le rimesse che gli immigrati inviano dall'Italia ai loro paesi d'origine, stimate attorno ai 5 miliardi di Euro, senza sentirsi accusare di faciloneria.
"Ma qual è il mio paese?": possiamo rispondere ancora con le parole che papa Francesco ha pronunciato l'8 gennaio scorso davanti al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede: «Desidero esprimere particolare gratitudine all'Italia che in questi anni ha mostrato un cuore aperto e generoso e ha saputo offrire anche dei positivi esempi di integrazione. Il mio auspicio è che le difficoltà che il paese ha attraversato in questi anni, le cui conseguenze permangono, non portino a chiusure e preclusioni, ma anzi a una riscoperta di quelle radici e tradizioni che hanno nutrito la ricca storia della nazione e che costituiscono un inestimabile tesoro da offrire al mondo intero». Se a qualcuno potrà sembrare troppo generoso questo riconoscimento all'Italia è perché rimbalzano alle cronache più che altro le difficoltà e le tensioni; ma chi vive a stretto contatto con il territorio, conosce e vede che le non poche "chiusure" sono contrastate da molti "positivi esempi" di incontro e inclusione. Potrebbero testimoniarlo prima di tutto coloro che si impegnano nelle coste della Sicilia e tanti altri che dovunque prestano i primi soccorsi; ma anche i Prefetti, i Sindaci, la Polizia e i Carabinieri e le forze di sicurezza e di vigilanza, le associazioni di volontariato e innumerevoli altri enti e singoli, tra cui le comunità cristiane e i semplici fedeli. E potrebbero testimoniarlo coloro che a partire dal novembre 2017 hanno aperto i "canali umanitari" con l'Africa, realizzando il trasferimento aereo in Italia di profughi particolarmente provati, aventi diritto alla protezione internazionale, che vengono accolti nelle diocesi italiane. Questa iniziativa, che apre una strada nuova, è stata avviata dalla Comunità di Sant'Egidio e fatta propria dalla CEI e dallo Stato italiano.
Ma potrebbero testimoniarlo soprattutto coloro che operano quotidianamente negli spazi della socializzazione: famiglia, scuola, lavoro, sport, luoghi di svago, cura, cultura e dialogo, sono le principali esperienze di reciproca integrazione tra persone di origine italiana e di origine straniera. Tutte le “agenzie educative”, parrocchie comprese, sono impegnate a fondo in quest'opera, nel rispetto della legalità e della Costituzione italiana, sui quali principi di libertà, responsabilità e democrazia non si può transigere. Ma questo rispetto non è innato, si impara nel percorso educativo; e l’incontro con l’altro, con lo straniero, con chi proviene da una cultura e spesso da una religione diversa, non deve essere un’insidia, ma un confronto che aiuta a costruire con maggiore consapevolezza e ricchezza la propria identità. Contrapporre identità e accoglienza è insensato, perché per noi occidentali e specialmente per i cristiani l’accoglienza è scritta nella carta di identità: “ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,43). L'incontro è l'antidoto della paura e dell'odio e il seme della pace.
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Nella nostra diocesi sono presenti sette comunità cattoliche di immigrati: africana anglofona, africana francofona, polacca, srilankese, filippina, ucraina, latinoamericana. Sono poi presenti, accanto a queste, tre comunità cristiane ortodosse, di diverse lingue, che fanno riferimento a tre sacerdoti inviati dai patriarcati romeno, russo ed ecumenico. A queste comunità e alle loro guide va la gratitudine di tutti i modenesi, perché esse rappresentano dei piccoli "laboratori" ecclesiali di integrazione reciproca. Sono migliaia di fratelli e sorelle che vivono la loro esistenza quotidiana nelle case, nelle fabbriche e negli uffici, nelle scuole e negli ospedali, nelle parrocchie e nelle strade e che aiutano tutti a respirare l'universalità della Chiesa e recuperare un entusiasmo qualche volta perduto nelle nostre comunità occidentali.
Mi permetto di chiudere citando un passaggio della Lettera pastorale che ho indirizzato lo scorso settembre alla diocesi: «La presenza di migranti cristiani e di altre religioni e tradizioni interroga la nostra capacità di dialogo e annuncio e ci chiede di aggiornare alcuni capitoli della carità cristiana: ad esempio moltiplicare le esperienze di accoglienza della vita nascente, data anche la difficoltà per alcune madri di provenienza straniera a tenere i loro bimbi appena nati o molto piccoli; dare dei segnali di accoglienza dei richiedenti asilo, mettendo a disposizione dei luoghi e soprattutto cercando di creare attraverso l'accoglienza diffusa dei legami personali e comunitari che favoriscano l'inclusione, superando così la metodologia emergenziale che fa sentire continuamente “l'acqua alla gola”; moltiplicare le esperienze di impiego e, dove possibile, creare occasioni di lavoro per chi ne è privo, facendo circolare i talenti, piuttosto che conservarli gelosamente».
Poiché vorrei dedicare la prossima Lettera pastorale all'argomento della comunità "inclusiva" e multietnica, ringrazio tutti coloro che vorranno farmi giungere entro settembre 2018 osservazioni, idee, esperienze e disponibilità che possano contribuire a costruire insieme un'accoglienza non semplicemente emergenziale ma veramente strutturale e strutturata.
*arcivescovo della Diocesi
di Modena-Nonantola
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