Gazzetta di Modena

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Profughi e accoglienza nell’appello di Castellucci

di Stefano Luppi
Profughi e accoglienza nell’appello di Castellucci

Mons. Erio parte dalla domanda di un bimbo nato in città da genitori stranieri: “Ma qual è il mio Paese?”. «I numeri che fanno paura devono diventare volti»

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«Ma qual è il mio paese?», si è chiesto alcuni anni fa un bambino di una scuola modenese, di origine tunisina ma nato qui, quando la maestra gli ha chiesto di scrivere un tema sulla sua nazione. Da questo episodio l’arcivescovo di Modena e abate di Nonantola Erio Castellucci ha tratto lo spunto per la sua tradizionale lettera alla città in occasione della festa di San Geminiano che si celebra mercoledì 31 gennaio. L’alto prelato l’ha dedicata alla società multietnica e all’accoglienza di chi viene da fuori (circa il 13% dei 701mila abitanti della provincia) spiegando che alla base delle sue riflessioni c’è una frase dell’indimenticabile papa Giovanni XXIII che ricordava come tra i popoli diversi è «molto più quel che ci unisce rispetto a quel che ci divide». Non solo. Castellucci spiega anche di avere seguito quest’anno un metodo collettivo per la raccolta dei materiali che hanno originato la lettera. «La società multietnica - spiegava ieri il vescovo durante la Pastorale al Centro famiglia di Nazareth - è al centro di questo documento nato da una scrittura collettiva, un po’ come facevano con i loro scritti don Lorenzo Milano e il maestro Mario Lodi. Abbiamo fatto dibattiti con chi si occupa di accoglienza, come Migrantes, integrati con i 50 parroci della tre giorni di Gaiato di metà febbraio. Abbiamo deciso che questo tema, visto che si sta passando dalla fase emergenziale a quella strutturale, sarà il tema anche dell’anno pastorale 2018-2019 proprio perché la parrocchia della nostra chiesa deve essere aperta, inclusiva e accogliente».

Don Erio Castellucci spiega che su queste complesse tematiche - durante la campagna elettorale in corso - è fondamentale passare dai freddi numeri alla realtà: «I numeri diventano volti e allora è più semplice anche perché ricordo che la diversità fa paura perché contiene una parte di ignoto. L’inclusione si fa dunque nelle parrocchie, a scuola, per strada, nello sport e naturalmente comprende anche una serie di doveri per chi giunge, proprio come hanno fatto i 50 milioni di italiani che si calcola siano immigrati nel corso del tempo tra ‘800 e ‘900. Oggi gli sbarchi sono calati, anche se ci sono altri problemi rispetto a ciò: non c’è più la sensazione di acqua alla gola e per questo di una serie di luoghi che avevamo individuato in agosto per favorire l’accoglienza al momento non c’è bisogno. Privilegiamo poche persone per famiglia, per parrocchia».

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