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Modena, la Banda Popolare nata da operai metalmeccanici

di Serena Arbizzi
Modena, la Banda Popolare nata da operai metalmeccanici

Il gruppo è ispirato ai valori dell’impegno sociale Hanno scritto canzoni su Irma Bandiera e Brecth

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MODENA. Si nutre dei valori originari e più tradizionali del comunismo, è nata nel cuore di quell’Emilia rossa che evocano nelle loro canzoni che vanno da Irma Bandieri a Rodari. È la Banda POPolare dell’Emilia rossa (nella foto), composta interamente da operai tra i quali Paolo Brini.

Paolo, come e quando è nata la banda?

«La banda nasce il 25 aprile del 2011 per una esigenza e con un obiettivo. L’esigenza era e continua ad essere rispondere con nuova e rinnovata radicalità alle celebrazioni istituzionali totalmente “spoliticizzate” e “da messa cantata” della festa della Liberazione dal nazifascismo. L’obiettivo è, nel nostro piccolo, continuare a portare avanti quella musica militante e di lotta oggi soffocata sia dai vari talent televisivi che dalla musica disimpegnata di pseudosinistra cosiddetta indie».

Da chi è composta e quali sono le sue peculiarità?

«La Banda nasce tra le catene di montaggio di alcune delle principali fabbriche metalmeccanici di Modena: Ferrari, Maserati, Terim e Crown. A questo primo nucleo si sono aggiunti, dopo varie peripezie, tre musicisti di spessore la cui caratteristica principale è collezionare contratti di lavoro precari. Insomma siamo un gruppo operaio nel vero senso della parola».

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Perchè avete deciso di dare vita a questo progetto?

«Perché da troppo tempo il revisionismo ideologico che ha seguito la caduta del muro di Berlino ha seminato una rassegnazione e demoralizzazione tale tra le file degli sfruttati da far perdere qualsiasi identità di classe. Questo fenomeno si è riflesso anche nell’arte e nella mediocrità della produzione musicale mainstream. Bisogna ridare voce alla voglia e al bisogno di cambiare questo mondo, ecco l’ambizione che ci ha spinto a creare la nostra Banda. Per questo abbiamo fatto nostro il motto del surrealista Andrè Breton: “Indipendenza dell’arte per la rivoluzione, la rivoluzione per la liberazione definitiva dell’arte”».

Quale genere suonate?

«A noi piace definirlo internazionalista. Nei due dischi che abbiamo all’attivo, soprattutto il secondo, non sentirai due pezzi identici. Non ci piacciono le frontiere ai confini delle nazioni o dei campanili, figuriamoci nella musica».

Componete e create pezzi vostri?

«Sì, abbiamo scritto diverse canzoni nostre. Parliamo di Irma Bandiera e Gabriella degli Esposti e della strage neonazista ad Odessa di tre anni fa. Di Vittorio Arrigoni, della voglia di riscossa operaia, dei crumiri con cui litighiamo in fabbrica fino all’ardire di musicare Rodari e Brecht».

Che ruolo ha l’impegno sociale e politico per voi?

«Fondamentale. Lo si può evincere già dal simbolo del nostro gruppo. Noi siamo critici nei confronti dei punti di riferimento della degenerazione in senso capitalista di un modello emiliano che di rosso non ha più nemmeno la parvenza. Il nostro essere antirazzisti e antifascisti, comunisti e rivoluzionari è l'essenza del nostro stile che viene tradotto in musica».

Dove vi esibite di solito?

«Abbiamo la fortuna di percorrere diverse tappe: giriamo parecchio per il paese valicando persino le Alpi in alcune occasioni. È però forse più il caso di dire dove non suoniamo. Non suoniamo alle feste del Pd e di chiunque si schiera con chi macella i diritti dei lavoratori, sgombera spazi sociali o chi occupa una casa sfitta perché non se la può permettere, porta avanti politiche razziste e padronali».

Qualcuno considera il comunismo un valore appartenente al passato: cosa gli direste per convincerlo che non è così?

«Di provare a farsi assumere in fabbrica, se ci riesce, o di fare il facchino o la commessa o qualsiasi altro lavoro salariato e vedere se e come arriva a fine mese. Poi di andare a dare invece un occhio ai profitti fatti, anche solo quest'anno, dalla famiglia Agnelli e dalle 50 prime aziende e banche quotate in borsa. Vedrai che la risposta viene da sè».
 

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