Gazzetta di Modena

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«Noi, sradicati dall’Istria Fu dura ricominciare qui»

di Beppe Manni
«Noi, sradicati dall’Istria Fu dura ricominciare qui»

Giorno del Ricordo. Le testimonianze di Pietro e Antonietta fuggiti alle foibe «C’erano preconcetti dei comunisti verso di noi. Poi la convivenza ha aiutato»

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10 febbraio: Giorno della memoria in ricordo dei profughi dalla Dalmazia e dall’Istria. Dal 1947 al 1954 400.000 italiani furono cacciati dalla loro terra e 30.000 uccisi nelle foibe. Fu pulizia etnica voluta dai “vincitori” e permessa dall’Italia

I profughi abbandonarono i parenti, gli amici, la terra, il lavoro e le case per cercare una nuova patria in Australia (20mila), in America (15mila), in Argentina e in Italia. Pietro e Antonietta vivevano a Isola paese vicino al mare, a 27 Km da Trieste. La famiglia possedeva una grande casa e un buon terreno coltivato a viti, ulivi e ortaggi. Pietro lavorava all’Ampelea, un’industria conserviera. Nel 1954 le forze alleate senza consultare i residenti, annettono anche la zona B alla Iugoslavia (Memorandum di Londra). Pietro carica su un camion poche masserizie e con la moglie e i figli parte per Trieste. Rivedranno il loro paese e i parenti rimasti solo nel 1962 quando fu permesso di tornare a visitare la loro terra. Pietro morto nel 2005, raccontava: «A Isola nel 1940, c’erano circa 6000 italiani, gli sloveni abitavano nell’interno. Si viveva in pace. Le contadine slovene portavano in paese il latte e gli ortaggi da vendere. 500 donne ogni venivano a lavorare all’Ampelea una fabbrica che confezionava pesce. L’unico obbligo che avevano era quello di parlare italiano. - scriveva - Io ho sposato una ragazza slovena che lavorava in fabbrica. Ogni giorno faceva un’ora e mezzo di cammino».

«Dopo la guerra le cose precipitarono. Ci resero la vita impossibile. Eravamo terrorizzati. - prosegue il ricordo - La nostra colpa era quella di non essere ‘titini’, comunisti, di essere cattolici e specialmente italiani. Io ero stato preso di mira perché organizzavo le processioni ed ero caporeparto in fabbrica. Tentarono diverse volte di bastonarmi; mi arrestarono due volte con l’accusa di avere dei rapporti con il Cln, comitato di liberazione nazionale italiano. Mio padre era un antifascista. Per un po’ di tempo resistemmo, ero sposato dal 1950 e quando la zona B fu annessa alla Jugoslavia avevo 29 anni e tre figli piccoli: Luisa di tre anni, Roberto di un anno e mezzo, Donatella di appena due mesi. Il 25 novembre dopo aver venduto il vino, partimmo verso Trieste abbandonando terra e casa, mio padre, mia madre, i miei fratelli e sorelle. I nostri beni furono incamerati dal governo titino come risarcimento dei danni di guerra. Nel mio paese dei 6mila abitanti ne rimasero 360». «La prima tappa fu Trieste in un albergo dove in una stanza eravamo in 10. Poi dato che a Modena assumevano operai ci spostammo nel Villaggio S. Marco di Fossoli. Subito lavorai per trasformare le baracche lasciate dalla comunità di don Zeno in piccoli appartamenti. Poi nell’oleificio di Benassati e infine quando ormai abitavo a Modena alle Fonderie Corni».

«Non fummo accolti bene dagli abitanti di Fossoli. C’erano molti preconcetti nei nostri confronti da parte dei comunisti. Nel campo ci facevano piccoli dispetti: ci prendevano roba o ci tiravano sassi. Una volta eravamo entrati in una ventina di amici all’osteria dopo la processione di maggio, il locale improvvisamente si vuotò. Un’altra volta il fornaio del paese aveva assunto un profugo come garzone. Dopo due giorni lo dovette licenziare perché nessuno comprava più il pane. Anche a Saliceto Panaro un giorno i miei bambini vennero a casa piangendo: al circolo Arci li avevano mandati via dalla tv perché non avevano la tessera. Poi quando Tito fu ‘scomunicato’ dalla Russia, il giudizio qui diventò più morbido. Anche perché sul posto di lavoro ero rispettato e apprezzato. Inoltre mi ero iscritto al sindacato». Antonia: «Il mio cognome era sloveno essendo nata a Idria. Ho rischiato di veder partire solo mio marito con i tre figli ed io di rimanere in Jugoslavia. Mio padre era antifascista. Nel 1938 aveva perso il lavoro di minatore a Idria perché rifiutava di cambiare il suo cognome sloveno come voleva il governo fascista».



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