Carpi, Arsom, 45 lavoratori lasciati a casa con un messaggio Whatsapp
«Un messaggio Whatsapp. Con un banalissimo messaggio su Whatsapp 45 dipendenti sono stati lasciati a casa. Nonostante la quantità di lavoro, nonostante la qualità del prodotto è stato creato un buco...
CARPI. «Un messaggio Whatsapp. Con un banalissimo messaggio su Whatsapp 45 dipendenti sono stati lasciati a casa. Nonostante la quantità di lavoro, nonostante la qualità del prodotto è stato creato un buco di 7 milioni di euro». Sono esasperati i dipendenti della Arsom, azienda nata a Carpi 50 anni fa, trasferita a San Martino in Rio dopo il terremoto, che sono stati lasciati a casa, improvvisamente, con un semplice Whatsapp da parte del titolare. I lavoratori non demordono, tuttavia, e hanno già avviato contatti per verificare la possibilità di fondare una cooperativa per far sì che la Arsom possa risorgere, dal momento che di lavoro ce n’è. E per fare questo contano anche sull’appoggio delle istituzioni, come il sindaco di Carpi, Alberto Bellelli e la Provincia.
«Il Whatsapp era rivolto a tutti i dipendenti – spiega Antonio Russo, caporeparto alla Arsom, che ha un credito di 55mila euro, fra Tfr e buste paga, verso la ditta – e il titolare ci ha informato che avrebbe dovuto mettere a posto l’azienda perché c’erano dei problemi. Questa è stata l’unica comunicazione ufficiale: siamo andati insieme dall’avvocato del titolare che ci ha presentato una situazione altamente drammatica, fatta di conti bloccati e impossibilità di pagare dipendenti e fornitori. Un buco da circa 7 milioni. Questo nonostante l’azienda fatturasse dai 350mila ai 400mila euro al mese. A fine dicembre una ventina di lavoratori si era vista recapitare altrettante lettere di licenziamento, ma il titolare diceva di non preoccuparsi perché a metà gennaio avrebbe erogato tutti gli stipendi, per i quali si registravano da tempo ritardi. I problemi dell’azienda sono nati quando il titolare, che detiene il 55% di quote, mentre l’altro 45% appartiene al padre e alla zia – prosegue Russo – ha deciso di acquisire un’azienda che produce stufe, facendola fallire e ricreandone una nuova: Irradia. Arsom produceva per quest’azienda a prezzo di costo. E da lì sono iniziati i guai. Prima andavamo benissimo. Pensare che un fornitore, durante il presidio davanti allo stabilimento, ci ha chiesto cosa stessimo facendo. Noi gli abbiamo spiegato e lui si è improvvisamente rabbuiato: “Se fallisce la Arsom fallisco anche io”, ci ha confidato. Quel fornitore vanta infatti un credito di 80mila euro. Noi non vogliamo rinunciare però a credere che la ditta possa rinascere, magari tramite una cooperativa: ci sono operai specializzati che rappresentano un patrimonio importante che sarebbe un peccato disperdere».
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