Il libro«Perdonare guarisce e ci rende liberi» parola di don Celestino
Il sacerdote nigeriano presenta il suo libro Un percorso per cancellare le ferite e ritrovare la serenità
MODENA. Inquietante il peso dei mali fatti agli altri e di quelli subiti. A indicare le possibili soluzioni è don Celestino Ezemadubom, originario della Nigeria, nel libro "La guarigione delle memorie" (Edizioni Sigem, pp. 180, euro 10) che è stato presentato sabato nella Sala Ulivi, in via Ciro Menotti 37. Don Celestino è, da settembre scorso, vice parroco della parrocchia di S. Agostino. È a Modena dal 2012 come cappellano della comunità nigeriana ma, nello stesso periodo, è stato parroco tre anni a Baggiovara e due alla Madonnina.
Da quali memorie bisogna guarire?
«Da dolori, errori, ingiustizie ricevute che, se non vengono sanati, ci ossessionano, ci impediscono di vivere la vita presente. Continuano a rimuginare in noi, tenendoci prigionieri del nostro passato».
Lei parla di "memoria ferita", di "momento congelato". In che senso?
«Parlo dei ricordi brutti che diventano ferite, in grado di distruggerci fisicamente, emotivamente e spiritualmente. Pesi che gravano ogni giorno e ci spingono a non relazionarci con gli altri, a isolarci. Il "momento congelato" è un terribile errore compiuto in passato che resta intrappolato nell'uomo, cambiandone la vita in modo negativo».
Come procede il percorso di liberazione dalla schiavitù delle ferite e del dolore del passato? Il percorso è di breve o lunga durata?
«Il tempo non guarisce le ferite. La guarigione non avviene automaticamente. Si deve cercarla. È un impegno quotidiano, con un percorso per tutta la vita. Occorre accettare le ferite, prendendo la decisione di liberarsi dal dolore che esse recano. Il perdono è la chiave di tutto. Ciò implica fortezza da parte dell'individuo per mezzo della grazia di Dio. Ci sono persone che fanno del male ogni giorno e bisogna avere le disponibilità a perdonare sempre. Quando perdoniamo siamo più vicini a Dio».
Cosa comporta il perdono?
«Il perdono è una buona azione verso gli altri, ma soprattutto per chi lo attua, in quanto consente il raggiungimento della vera libertà, gioia, felicità. Il perdono ci regala la serenità che il male ci aveva negato. Tenere tutto dentro di sé è una continua sofferenza che ci costringe a non dormire, a non riposare bene, a prendere anche dei medicinali».
Il perdono è possibile anche quando si tratta di fatti che si pongono contro le norme di giustizia sociale?
«Il perdono implica un regalo a chi non ne ha il diritto. Libera l'autore del reato dalla schiavitù della colpa e la persona offesa dal covare sentimenti di rabbia, paura, amarezza e vendetta. Ma il perdono non è contro la giustizia che fa il suo corso».
La guarigione è più facile per le ferite ricevute o per quelle procurate agli altri?
«Le persone pensano, in generale, più alle ferite ricevute che a quelle determinate agli altri. Ma il processo di guarigione è uguale, in quanto se ho recato ferite alle persone non avrò pace e, quindi, devo chiedere scusa per potermi liberare».
Cosa si scopre nel momento in cui si avverte di aver guarito una triste memoria?
«Si avverte che ogni amarezza sperimentata all'inizio del cammino cede il passo ad una letizia, ad una dolcezza indicibile».
Quali le grandi ferite della storia?
«Sono nigeriano. Circa 50 anni fa c'era la guerra tra Nigeria e il Biafra com migliaia di morti. Gravi ferite sono le guerre anche di oggi, il secondo conflitto mondiale con milioni di ebrei morti nei lager. I responsabili devono chiedere perdono. Per quelli che non lo fanno, è necessario rimettersi nelle mani di Dio».
Tutti dovremmo essere impegnati in questo processo di "riabilitazione" interiore? Ciò vale anche per i non credenti?
«La mia missione è rendere pratico questo percorso con tutti. Quando ritornerò in Nigeria aprirò un ufficio per accogliere le persone che desiderano seguire questo percorso. È come andare dallo psicologi, dal medico, e lo farò gratis. Ho già iniziato qui, presentando questo libro e aiutando, anche con la preghiera, persone che ha hanno ferite da guarire».
Perché ha voluto scrivere questo libro?
«Dopo aver lavorato in seminario e 10 anni di sacerdozio in Nigeria, sono giunto a Roma nel 2009 per studiare ecumenismo presso l'Angelicum (Università internazionale S. Tommaso d''Aquino), conseguendo il dottorato in teologia, con una tesi sulla scoperta del male. Da qui il libro scritto in inglese e tradotto in italiano da Alberto Cavichioli, Maria Cecilia Pellegrino e Patrizia Pari".
È il suo primo libro?
«No. Avevo già scritto "Il segreto del sacerdozio cattolico". Ora sto lavorando ad altre tre pubblicazioni: "La Madonna", "Il segreto del matrimonio" e "La povertà è un peccato"».
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