Serramazzoni. Prosciolta prof accusata di registrare di nascosto
Il giudice ritiene inconsistenti le prove contro una docente 45enne Alcune colleghe sostenevano che avesse preso un apparecchio per “incastrarle”
SERRAMAZZONI. Prosciolta dall’accusa infamante di registrare di nascosto le conversazioni delle colleghe per raccogliere materiale contro di loro. Il “non luogo a procedere” è stato deciso ieri mattina dal giudice Andrea Romito per una professoressa modenese 45enne che nel frattempo, sotto pressione, ha dovuto cambiare scuola per il clima avvelenato che si era creato attorno a questa vicenda. Difesa dall’avvocato Erika Mantovani, era accusata di interferenze illecite nella vita di altri, reato collegato a una denuncia fatta ai carabinieri di Serramazzoni dopo la scoperta di un registratore digitale a scheda nella sala insegnanti dell’Istituto Comprensivo di Serramazzoni.
Il fatto risale al marzo 2015. La professoressa in questione si sentiva presa di mira da chiacchiere e maldicenze e questo episodio ha portato a galla forti malumori tra lei e alcune colleghe. Una volta trovato, il registratore è stato immediatamente attribuito a lei e consegnato alla preside di allora. Qualcuno ricordava che aveva detto di aver comperato un apparecchio identico pochi giorni prima. E c’era anche una testimone che l’aveva vista in sala insegnanti in atteggiamenti definiti “strani”.
Dopo la denuncia, sono state avviate le indagini dei carabinieri coordinate dal pm Marco Niccolini. Nel frattempo la vicenda, diventata uno scandalo, l’ha travolta prima di ogni giudizio fondato, tanto che, pur avendo ancora la cattedra lì, si è fatta trasferire in un’altra scuola in un altro paese.
Alla fine la Procura ha chiesto il suo rinvio a giudizio. Ma nel corso dell’udienza preliminare di ieri le accuse si sono dimostrate infondate. Innanzitutto il consulente tecnico chiamato dal giudice ha spiegato che il registratore conteneva una sola registrazione: si trattava di una voce “terza”, non era la sua.
La registrazione risaliva addirittura a un periodo prima della vendita, avvenuta due settimane prima dello scandalo del ritrovamento in sala insegnanti. La traccia risultava poi usurata.
È anche emerso che la data di vendita indicata dal commerciante che diceva di aver dato il registratore all’imputata in cambio di tre assegni non era quella: quel giorno la prof era a scuola.
Insomma, il registratore scoperto non aveva registrato niente di importante, tanto meno di compromettente, e soprattutto non si è chiarito se era davvero della professoressa oppure no. Anche perché non è stato fatto alcun rilievo delle impronte digitali sull’apparecchio.
In questo modo il giudice al termine dell’udienza ha dichiarato il caso chiuso con un “non luogo a procedere”.
«La mia assistita ha vissuto questo proscioglimento come la fine di un incubo - ha spiegato l’avvocato Mantovani - è stata presa di mira da accuse pesanti da parte di alcune colleghe che il giudice ha ritenuto infondate».
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