L’avventura di Steve la rivista che racconta l’universo della poesia
Il fondatore Carlo Alberto Sitta festeggia il numero 50 «Modena preferisce Festival e Premi letterari, uno spreco»
“Steve Rivista di poesia” ha raggiunto il numero 50.
Il periodico internazionale di poesia ha documentato, come rivista del Laboratorio, l’attività poetica di 37 anni. Ha cercato la libertà della forma, e insieme un intenso lavoro critico intorno al testo e un contatto contaminato/contaminante con la realtà delle voci.
«Non solo parole, ma - sostiene il direttore e fondatore Carlo Alberto Sitta - eventi, proposte, immaginazione e tendenze vive. Versi, critica, biografie, prose creative, documenti: ciò che della poesia può ancora dirsi senza tradire l’aderenza ai fatti, alle persone, al tempo».
Cosa ha rappresentato per la cultura poetica la sua rivista?
«Steve è nata nel 1981, quando ancora erano in vita alcune testate storiche e altre nascevano in quel momento. Ma nel giro di due o tre anni quasi tutte chiudevano, comprese quelle di Guanda e Mondadori. Solo nel 1986 Crocetti avrebbe dato avvio alla sua rivista destinata al pubblico delle edicole. Il valore culturale e la scommessa di Steve riguardavano la capacità della rivista di cogliere il clima di profondo mutamento del mondo, che diventava globale. Curando soprattutto le traduzioni e indagando il rapporto fra la poesia e le arti».
E per Modena?
«La nostra città non era diversa, dal punto di vista della sensibilità e dell’attenzione alla poesia, dalla media delle città europee. Modena non sarebbe provinciale di per sé, anche se la mancanza di una Facoltà di Lettere ha avuto il suo peso nello spostare persone e iniziative su Bologna. Nel 1980 il mondo era già senza confini, il dialetto moriva, chiudersi in casa era la morte civile. E questo valeva anche per le arti, il cinema, il teatro...».
La città ha capito fino in fondo l'importanza di una rivista come Steve?
«Temo di no, anche perché Steve non era diretta alla città, ma rispondeva a domande più dilatate. Modena preferisce i Festival e i Premi letterari, che sono uno spreco di denaro e di cultura. Non è lì che i giovani imparano a leggere e a scrivere. Certo esistevano ed esistono modenesi di valore che la rivista ha ospitato, Alberto Bertoni, Jean Robaey, Elio Tavilla, mentre Marco Fregni, Fabio De Santis e la recentemente scomparsa Miria Baccolini sono state figure redazionali stabili. Ma se dovessi citare gli autori che hanno dato il tono alla rivista dovrei fare altri nomi, Mario Moroni, Nino Majellaro, Jean Tardieu, Mladen Machiedo, Gaio Sciloni, Cesare Viviani e molti altri. Quasi tutti i nomi più importanti del secondo Novecento italiano sono passati dalle pagine di Steve».
La rivista si è sostenuta da sola?
«Steve è nata con l’aiuto di un editore reggiano che l’ha abbandonata dopo il primo numero. Rilevata dal Laboratorio di Poesia, che avevo fondato nel 1979, da allora è stata l’Associazione a provvedere. In sostanza ci siamo mossi nel labirinto delle improvvisazioni per mandarla avanti. Il Comune qualcosa ha dato, ma con molti vuoti. I contributi arrivano anche in misura delle iniziative promosse e molte cose di spessore organizzate in quasi 40 anni di attività. Oggi l’Archivio del Laboratorio è aperto al tirocinio di studenti di Unibo e della Cattolica di Milano».
Quali le difficoltà per andare avanti?
«Contributi a parte, un nodo aperto resta la destinazione finale del Fondo Storico del Laboratorio, in cui Steve è l’elemento centrale: 50 numeri e 36 supplementi, più i materiali d’archivio, le corrispondenze, i documenti, le opere grafiche e visive, i filmati, i lasciti di diversi autori. Non dovrebbe essere incluso nel futuro Museo della Città questo materiale interdisciplinare? E le scuole pubbliche non potrebbero fin d’ora approfittare della Sede, della Biblioteca, dell’Archivio per portare a conoscenza degli studenti proprio quel secondo Novecento che ignorano?».
Il traguardo 50 è motivo d'orgoglio per le Edizioni del Laboratorio?
«È motivo di grande orgoglio. In ragione delle migliaia di pagine stampate, in un’epoca che offre la possibilità della rete, e per il fatto che ad ogni numero corrisponde una ricerca, un confronto, in pratica il lavoro letterario al modo antico, quando l’esercizio critico conservava per intero il suo valore di giudizio».
Come è stato concepito quest'ultimo numero?
«Di nuovo ci sono le ricerche di due bravissime tirocinanti che hanno lavorato sui documenti storici della Rivista e del Laboratorio. Una prima occhiata a ritroso sui nostri inizi, in sostanza. Il resto un bell’indice di inediti, come sempre…».
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