Gazzetta di Modena

Modena

Quei terreni “sospetti” che bloccano Abrenunzio

Quei terreni “sospetti” che bloccano Abrenunzio

L’area di Stuffione destinata allo sviluppo artigianale è ferma da circa 20 anni Volevano rialzarla con 65mila metri cubi di materiale che è finito sotto indagine

3 MINUTI DI LETTURA





RAVARINO. Dell’area artigianale Abrenunzio si parla dalla notte dei tempi. Da quando una rivoluzione pacifica dei cittadini di Stuffione e di tutto il territorio impedì l’insediamento di uno stabilimento altamente inquinante, che avrebbe lavorato i residui di altri stabilimenti chimici sparsi per l’Italia. Tra il nulla e l’idea originaria di un’area produttiva sulla provinciale 468 che conduce a Bologna, dopo una lunga fase di stasi, si materializzò nel 2008, dieci anni fa, il Consorzio Attività produttive. L’area venne urbanizzata, i lavori si conclusero nel 2010, mentre lo stato finale dei lavori è del 2014, dopo il collaudo di Enel sulle cabine a servizio del comparto e dei lotti. Ma il decollo di quei 42 lotti, distesi su una superficie di 101mila metri quadrati, non c’è mai stato.

L’ultimo dei perché ha di nuovo una connotazione ambientale, legata alla natura dei circa 65mila metri cubi di materiale da riempimento che si era deciso di accumulare sotto le fondamenta delle future attività artigianali. Nell’area è peraltro vietato categoricamente l’insediamento di attività inquinanti: siamo vicini all’area verde di un agriturismo alle case del paese. E il timore che si vorrebbe scongiurare nell’ultimo inatteso e prolungato stop è proprio quello: di trovarsi in partenza alle prese con scomodi rifiuti.

Ma da dove spuntano quei 65mila metri cubi di “materiale di riempimento”? Perchè fermare tutto e considerare necessaria questa nuova operazione, ad urbanizzazione conclusa? Dal fatto che si ritenne all’improvviso che “l’intera lottizzazione, ancora invenduta, risulta ribassata di un metro, rispetto alla quota stradale di accesso”. Parole scritte nell’ “Avviso pubblico per una manifestazione di interesse per la riqualificazione dell’area tramite attività di recupero ambientale”, del 27 maggio 2015.

Il “recupero ambientale” consisteva appunto nel consentire ad una ditta di scaricare terra o materiale lapideo “senza alcun onere a carico del comune di Ravarino e del Consorzio”. Il materiale così ha iniziato ad arrivare, ma quando ad un esame esterno si sono notate plastiche, terre dai colori strani e altre amenità sono iniziati i controlli incrociati, che hanno coinvolto anche Arpae: «È presente una autorizzazione al recupero ambientale rilasciata dalla Provincia e che prevede il riempimento della zona ribassata con terre e rocce da scavo qualificate formalmente come rifiuti ma conformi ai requisiti di caratteristiche chimiche previsti per le aree ad uso commerciale/industriale e conformi al test di cessione per poter riutilizzare rifiuti nei ripristini ambientali», spiegano Ad Arpae. A conferire una ditta di Bastiglia, titolare dell’autorizzazione al “ripristino ambientale”, che conferisce di terre e rocce da scavo provenienti da più cantieri. «Per ogni cantiere - spiega Arpae - devono essere fornite analisi di caratterizzazione dei materiali. I controlli della Sezione Arpae effettuati a campione nel 2017 hanno al momento confermato quanto previsto in autorizzazione - rassicura il dirigente Stefano Forti - Sugli ultimi materiali conferiti sono stati richiesti (dalla autorità competente che ha rilasciato l'autorizzazione, ora Struttura Autorizzazioni e Concessioni di Arpae Modena, ex Provincia) alla ditta che ha in gestione l’autorizzazione, ulteriori approfondimenti che prevedono anche ulteriori analisi di caratterizzazione».

Insomma, prima che si possa muovere qualcosa, bisogna capire bene cosa è arrivato gratis e a camionate ad Abrenunzio. (ase)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google