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Modena. Le visite sono troppo care così i modenesi rinunciano

di Luca Gardinale
Modena. Le visite sono troppo care così i modenesi rinunciano

Aumentano le persone che per motivi economici decidono di non curarsi I tagli più consistenti alle visite specialistiche e nelle prestazioni odontoiatriche

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MODENA. Andarci ci si va, ma magari una volta in meno. E così l’igiene dentale passa dalle due volte all’anno raccomandate dal dentista a una, o magari a una ogni due anni, mentre davanti al problema che prima ci avrebbe fatto alzare la cornetta e chiamare lo specialista, oggi chiudiamo un occhio rimandando all’anno prossimo. La sanità del 2018 - e la cosa vale anche in una regione e in una provincia in cui le cose funzionano meglio che altrove - ci pone insomma davanti a due possibilità: spendere sempre più nel privato, oppure tagliare su visite specialistiche e prestazioni odontoiatriche, cosa che fanno soprattutto le famiglie dai redditi più bassi.

E’ la fotografia che emerge dalla doppia indagine sulla sanità presentata ieri nella sede della Cgil di Modena: la prima, commissionata da Federconsumatori all’Istituto ricerche economiche e sociali, ha coinvolto 2500 cittadini della nostra regione, mentre la seconda, condotta dallo Spi-Cgil, ha portato il sindacato a interpellare 637 pensionati modenesi.

Due indagini molto articolate che evidenziano aspetti positivi e negativi sulla percezione della sanità in Emilia Romagna e a Modena, con un paio di elementi che emergono: l’aumento della spesa privata (per il 78% dei cittadini interpellati da Federconsumatori) e la rinuncia delle famiglie meno abbienti ad alcune prestazioni, in particolare quelle specialistiche e odontoiatriche. Ma ad emergere dal questionario dello Spi è anche un dato prettamente territoriale: il giudizio sulla sanità è positivo nel distretto di Modena e in quello di Sassuolo, ma in Appennino e nell’Area nord i cittadini sono molto più critici.

Un giudizio strettamente legato al processo di integrazione tra Policlinico e ospedale di Baggiovara e al progressivo indebolimento delle strutture periferiche, da tempo al centro delle polemiche per casi come quello del punto nascite di Pavullo.

I dati sono stati presentati ieri mattina in Cgil, all’interno di un dibattito a cui hanno partecipato il presidente di Federconsumatori Maurizio Guidotto, il ricercatore di Ires Davide Dazzi, Patrizia Palmieri e Alfredo Sgarbi della segreteria Spi-Cgil, il direttore dell’Ausl di Modena Massimo Annicchiarico e il copresidente della Conferenza territoriale socio-sanitaria Alberto Bellelli, mentre le conclusioni sono state affidate alla segretaria provinciale della Cgil Tamara Calzolari. Per quanto riguarda l’indagine di Federconsumatori, il 50,3% dei cittadini intervistati sostiene di aver speso di più per la sanità nell’ultimo anno, mentre il numero cresce leggermente (52,6%) se si prende in considerazione la provincia di Modena, dove solo il 9,3% dice di aver speso meno, e il 38,1% sostiene che le spese siano rimaste stabili. Interessanti anche i dati che analizzano l’aumento delle spese sanitarie per fasce di reddito: se quelle medio-alte hanno registrato un aggravio compreso tra il 51% (redditi superiori ai seimila euro) e il 55,2% (fascia 2-4mila euro, la più penalizzata), l’aumento scende al 49,1% per la fascia compresa tra i mille e i duemila euro, per crollare al 40,2% per chi ha redditi inferiori ai mille euro. Fascia che, di conseguenza, vede schizzare al 23,7% la percentuale dei cittadini che dicono di aver speso meno nell’ultimo anno per la sanità: nel dettaglio, chi ha speso meno dice di aver risparmiato per motivi economici (74%) molto più che mancanza di necessità (26%).

Ma quali sono le prestazioni sulle quali le famiglie meno abbienti risparmiano per far quadrare i conti? Su cento cittadini che dicono di aver tagliato sulle spese sanitarie, 67 hanno rinunciato a qualche visita specialistica, mentre 52 hanno fatto a meno del dentista anche quando serviva.

Interessanti anche le soluzioni alternative adottate dai cittadini che hanno risparmiato sulle visite: più della metà (52,2%) ha fatto semplicemente a meno della prestazione, poco più di un quarto (28%) ha deciso di posticiparla, mentre uno su dieci (11,5 per cento) ha modificato lo stile di vita, anche se c’è un 8,3 per cento che ha iniziato pratiche di autocura.
 

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