Gazzetta di Modena

Modena

L'anniversario. Case chiuse, quel mondo modenese finito 60 anni fa

di Saverio Cioce
L'anniversario. Case chiuse, quel mondo modenese finito 60 anni fa

Il ristoratore Claudia Camola ricorda le prime esperienze, le carte d’identità falsificate e i “funerali” quando passò la legge

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«Il tenutario di una casa di tolleranza di Modena arriva a guadagnare in una sola giornata sino a 100 mila lire!»

Il grido d’indignazione della deputata Lina Merlin fu uno dei casi esemplari dello sfruttamento della prostituzione che nel dopoguerra vide la combattiva deputata socialista ingaggiare nel 1948 una formidabile battaglia di stampa che portò, dieci anni più tardi, all’approvazione della legge che portava il suo nome. Lei, collaboratrice di Giacomo Matteotti, dopo il suo assassinio si trasferì a Milano per collaborare con Turati e si iscrisse, in piena dittatura mussoliniana, al Psi. Arrestata più volte durante il ventennio oltre che imprigionata e spedita al confino in Sardegna, fu eletta alla Costituente e in Parlamento presentò subito la proposta di legge per cancellare la “vergogna dei postriboli di Stato”. L’esempio era quello francese, l’obbiettivo la chiusura di 305 case di tolleranza di cui tre a Modena, che mantenevano le regole stabilite dall’epoca dell’Italia unita. Ovvero solo prestazioni sessuali a tempo con tariffa, visite mediche prima di ogni quindicina di giorni di lavoro, trasferimento dopo due settimane di attività in una città diversa dalla precedente.

A Modena il moralismo del “si faccia ma non si dica” era imperante. Le tre case di tolleranza, tanto per dire, erano tutte concentrate in via del Catecumeno, oggi via dei Tintori, laterale di corso Canalgrande. Il nome fu cambiato prima ancora della legge perchè Modena, come ricorda chi c’era, fu per decisione ministeriale prescelta per l’abolizione delle case chiuse un decennio prima della legge, assieme a una città siciliana.

«Sì, sono un casinista non pentito e me ne vanto - dice con immutato orgoglio Claudio Camola, 80 anni ben portati, ristoratore della Piola delle Ortiche che ha ricostruito nell’albergo a fianco dell’osteria un mini hotel con gli arredi delle case di tolleranza - Modena eliminò le case di tolleranza nel 1948 in anteprima nazionale mentre l’ultima fu Reggio. E tutti i signori e i signorini andavano in trasferta oltre Secchia, mettendo da parte le beghe di campanile».

Eppure sessant’anni fa il nome della senatrice Merlin veniva di volta in volta bestemmiato oppure osannato da schieramenti che andavano dai parroci agli intellettuali comunisti, dai reduci del ventennio fascista ai teologi divisi su temi della morale sessuale che era anche pubblica. Fu il ministro degli Interni Scelba, cattolicissimo, che cominciò a preparare il terreno vietando il rinnovo delle licenze in scadenza per le case chiuse, attività commerciali sino a quel momento lecite e redditizie, con tanto di concessioni statali e tasse .

Sui giornali, a cominciare da quelli femminili, con molta pudibondia si discuteva della difesa delle malattie veneree e del recupero delle prostitute che esercitavano nelle case chiuse, quelle “tesserate” cioè con cartellino segnaletico e registrazione, e le 6 mila che operavano in semiclandestinità.

Camola da decenni ha vestito i panni di difensore di quel mondo, narratore dissacrante del moralismo di chi, chiamato come testimone in pubblico di una gioventù molto carnale, gli ha tolto il saluto. Anzi, ha burlato mezza Italia raccontando al Costanzo Show e sui giornali di un bordello clandestino tra le campagne del Secchia, dove oggi ci sono i suoi due locali. Per questo non ha smesso di rievocare quel periodo e quel mondo finito per sempre.

Che cosa avete fatto quando è entrata in vigore la legge e hanno chiuso i portoni quelle case?

«Quello che avevamo fatto negli anni precedenti. Andavamo a Palazzo Solmi, noleggiavamo i motorini e tutti insieme ci spostavamo a Reggio. Giovani e giovanissimi, anch’io come tanti con la carta d’identità falsificata».

Come?

«Era di carta e noi con la scolorina scioglievamo l’inchiostro della data di nascita, poi ci passavamo sopra quella fasulla che ci trasformava in diciottenni. Così in caso di controlli la maitresse poteva dire che era stata una svista dell’impiegata alla cassa: la regola era che fosse molto miope, e infatti aveva per occhiali due fondi di bottiglia».

Cordoglio per la fine delle case chiuse?

«Di più. Facemmo baldoria tutta la notte e grazie alla collaborazione scherzosa di un titolare di onoranze funebri di Modena ci procurammo una bara, inscenando un funerale dei bordelli. Io ero vestito da frate, altri amici da chierichetti».

Chissà il pandemonio

«No, seguimmo la bara come un funerale vero. Noi con il tono di chi biascicava le litanie del rosario, ripetevamo come un ritornello le strofe delle osterie. Intonavo “Zìnc e tri ot, ot e du des nel quinto mistero si contempla ...” eccetera, con rime non caste. E di rimando gli altri mi rispondevano “socmel” come se fosse un amen».

Qual era la casa più famosa a Modena?

«Sicuramente Madam Pierina, aveva le ragazze più belle. Quando non c’erano soldi facevamo la colletta e tiravamo a sorte. Chi vinceva andava dentro, consumava e poi raccontava. Ci divertivamo con poco».

Tariffe esose?

«Per le nostre tasche di adolescenti sì. Prendevano sempre la marchetta più economica. Tutto durava pochi minuti. L’indispensabile».

Rimpianti?

«C’era molto più umanità di quella che oggi si voglia ammettere rispetto allo sfruttamento selvaggio».



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