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Il Verdi di Mattioli L’uomo e il genio che ci svelano l’Italia

di Arianna De Micheli
Il Verdi di Mattioli L’uomo e il genio che ci svelano l’Italia

Il giornalista e scrittore modenese, con la lirica nel cuore,  ci fa conoscere “un provinciale proiettato nel mondo”

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È facile leggere “Meno grigi più Verdi. Come un genio ha spiegato l’Italia agli italiani”. Centocinquanta pagine edite da Garzanti pensate e scritte da Aberto Mattioli, giornalista modenese con l’opera nel cuore e zero peli sulla lingua (è tra l’altro firma del quotidiano La Stampa), che lasciano nell’intelletto una traccia sottile, ma incisiva. Tanto che quando pensi di averla persa, riaffiora leggera come un sorriso.

Un sentiero gentile perché percorribile anche da chi, carente di sentimento melodrammatico, di Giuseppe Verdi rammenta a stento l’effige sulle mille lire stampate tra il 1960 e i primi anni Ottanta. Assai meno facile è anche solo immaginare di concepire l’ennesimo tomo costruito sul personaggio Verdi. Inflazionato a dismisura e perlopiù mummificato in un ritratto dogmaticoo, il maestro di Le Roncole di Busseto risuona come un suicidio letterario annunciato.

Ma Mattioli fa tutt’altro. Non scrive un libro su Giuseppe Verdi. Piuttosto mette a nudo il cuore degli italiani del duemila – di fatto gli stessi di ieri – con l’occhio lungo e perforante dell’immenso drammaturgo, “un provinciale proiettato nel mondo, sempre aggiornato su quel che succedeva fuori ma sempre contento, alla fine, di tornare nel suo amato universo campestre di poderi, mezzadri, nebbie e spalle cotte di San Secondo”. Uno sguardo acutissimo e per nulla consolatorio che si nutre del vissuto di quella stesse gente italica che, meschina e grandiosa, viene svelata nei propri vizi e nelle proprie virtù. Opera dopo opera. “Lo sguardo di Verdi è lucidissimo – scrive l’autore – Come tutti gli uomini del Risorgimento, ama appassionatamente l’Italia ma non ne ha troppa stima”. Per poi aggiungere alla stregua di definitiva conferma: “Non lo nota mai nessuno ma gli italiani-italiani, intendo quelli messi in scena come tali, non mascherati secondo le regole del romanzo storico o dell’esotismo coloniale, nelle opere di Verdi fanno spesso una pessima figura”. Ed ecco il grande merito – o forse solo uno dei tanti - di Alberto Mattioli: metterci di fronte alla verità. Nostro malgrado. “Verdi sconvolge con la forza elementare ma dirompente della verità”.

Il giornalista-scrittore che al proprio attivo vanta anche due libretti d’opera, La Paura e La Rivale, della lezione del maestro fa dunque tesoro. E ci ricorda che se la cosiddetta trilogia popolare - Rigoletto, Il Trovatore, La Traviata - “che non è affatto una trilogia, ma di certo è popolarissima”, rappresenta l’intima realtà di un Paese mutevole eppure sempre uguale a sé stesso, persino un’opera come Stiffelio, ossia “la più sfortunata: poco conosciuta, poco rappresentata, poco amata, forse anche poco capita” si tramuta in uno specchio incapace di mentire. Tanto da svelare “i meccanismi della famiglia italiana più tradizionale e omertosa”.

A questo punto urge la smentita. “Meno grigi più Verdi” è un libro su Giuseppe Verdi. Eccome se lo è. La magia di Mattioli per sopravvivere al mille volte detto, scritto, letto? Trascurare il personaggio, presentarci l’uomo. Quell’uomo con tre nomi, Giuseppe Fortunino Francesco, di cui un Arrigo Boito commosso disse “è un uomo”. E di cui Mattioli narra come persona fondamentalmente seria, un genio umano che al pari di Stendhal giudicava un artista dall’infinitamente piccolo, dal dettaglio agli occhi altrui irrisorio.

Leggere Mattioli aiuta inoltre ad evitare un errore diffuso: sottrarre l’eccelso al fluire del tempo. “Il vero problema non è la fedeltà a Verdi – ammonisce l’autore ormai all’ultima pagina – è la fedeltà a noi. Se avremo il coraggio di far esplodere la reazione chimica tra Verdi e la contemporaneità, allora Verdi tornerà ad essere un pezzo di noi, la nostra coscienza inquieta, quello che ci racconta con spietatezza e con pietà, che non ci accarezza nel senso del pelo, che ci svela le ipocrisie e le insufficienze ma anche le generosità e le grandezze”.

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