Gazzetta di Modena

Modena

Viaggio della Memoria: il diario dei ragazzi. Ai confini della vita ogni suono è violento

Viaggio della Memoria: il diario dei ragazzi. Ai confini della vita ogni suono è violento

C’è il sole quando arrivano. Ed è straniante. Può davvero splendere il sole su quello che è stato? Partiti il 24 febbraio dal campo di Fossoli, nove pullman con a bordo più di 400 studenti di Modena...

3 MINUTI DI LETTURA





C’è il sole quando arrivano. Ed è straniante. Può davvero splendere il sole su quello che è stato?

Partiti il 24 febbraio dal campo di Fossoli, nove pullman con a bordo più di 400 studenti di Modena e provincia sono partiti per compiere un viaggio commemorativo sulla Shoah. Chi per curiosità, chi in cerca di risposte.

La prima vera tappa è il campo di concentramento di Dachau, in Baviera, che i ragazzi hanno visitato e conosciuto la mattina del 25 febbraio.

All’entrata, il cancello è molto meno imponente di quanto si fossero aspettati, ed è aperto. “Arbeit macht frei”, “Il lavoro rende liberi”. Travolge questa frase in stampatello maiuscolo, rigida nell’intreccio della struttura metallica.

La investe un’onda di desolazione. Neve, è tutto bianco questo niente. Di baracche ce ne sono solo due su quelle trenta che dovevano riempire il campo, e purtroppo sono ricostruzioni.

Negli anni ‘60 si pensava che non ci fosse nulla di salvabile in quel che restava delle altre. Adesso rimangono solo le fondamenta, simmetricamente disposte e numerate. Gli stessi numeri che sostituivano i nomi. Quanti ebrei, quanti oppositori politici, quanti criminali, preti e omosessuali sono morti a Dachau?

Dove sono adesso? In questa mattina del 25 febbraio 2018?

Piano piano i visitatori si raccolgono tutti presso il monumento memoriale, in quella che era la piazza d’appello.

Qualche foto, qualcuno trema. Ci sono -10 gradi accompagnati dal vento dell’Est, quello che viene dalla Siberia. Quello che a detta della guida non soffia mai, ma che i prigionieri del campo avranno sentito molte volte soffiare sulla loro nuda pelle.

Dopo l’assegnazione alle varie guide comincia la visita a partire dalle baracche dove dormivano e si lavavano i primi detenuti, che avevano ancora un letto loro e una mensolina per un libro, un’ultima lettera da casa, un paio di occhiali. Qualsiasi suono sembra violento qui, dove c’è ghiaccio ovunque e ogni pensiero si congela. E congelata si ritrova anche la vita di chi è stato qui allora.

La realtà ghiacciata circostante racconta ancora le storie di ottant’anni fa. Una volta uscito di nuovo, il gruppo si sposta lungo il viale alberato che separa le due file di baracche verso i tre monumenti religiosi del campo: una chiesa russa ortodossa, una cappella cattolica e un memoriale ebraico con una enorme campana color della cenere, detta “Campana della Morte”.

In seguito gli studenti si dirigono dove il canale taglia il prato, quello che confina con il filo spinato ad alta tensione. Decisione estrema per chi non ce la faceva più. Se le guardie non sparavano subito, chi metteva piede sul prato si affidava a quegli ultimi passi. Oltre la recinzione si intravede un fiume che scorre. Lo attraversano su un ponte e arrivano nella sezione di campo più brutale.

La guida parla, spiega, indica. Un’ultima raccomandazione: “Chi se la sente può entrare a vedere le camere a gas e i forni crematori”.

Qualcuno entra, qualche lacrima. Dopo, riflettendo, ci si potrebbe chiedere cosa ci facessero lì due misere stufe, ancora con le tubature. Penserà alla preghiera inconsciamente affiorata sulle sue labbra quando varca la scritta “brausebad”. Penserà a come ha fatto a guardare quattro forni allineati con efficiente disciplina, e soprattutto a fotografarli.

Chiunque abbia osservato, respirato qui è un testimone. I ragazzi escono ancora una volta al freddo, il sole è quasi un elemento sarcastico.

Si avviano insieme verso il museo, che visitano frettolosamente, davvero troppo. Poi è ora di andare.

Il cancello di entrata è lo stesso di uscita. Si avviano verso il pullman. E faranno tutto quanto in loro potere, giurano in silenzio, perché non si ripeta. E si sappia.

Barbara Panza

Maria Chiara Artioli

Liceo Muratori San Carlo

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google