Don Paolo e Jawad quando le religioni uniscono due vite
Uno è sacerdote alla Bva, l’altro è musulmano del Pakistan «Dobbiamo avere una stima profonda in chi crede»
«Bisogna andare al di là del rispetto, e avere un sentimento di stima vera, profonda».
Don Paolo, parroco del Modenese, e Jawad, pizzaiolo del Pakistan, si sono adottati a vicenda. Nonostante le differenze. Lo scrive la sezione Migranti e Rifugiati del Vaticano, diretta personalmente dal Papa, e quel don Paolo di questa storia, citato personalmente nel tweet dell’associazione, è don Paolo Boschini. Sacerdote modenese noto per le sue posizioni mai banali, per la sua voglia di “giocare” la partita del ministero non di comodo ma in trincea. E questa storia è una delle sue battaglie che da sempre sono condotte in prima persona, mettendoci la faccia, dal suo impegno contro la criminalità organizzata, al suo modo di essere sacerdote al fianco delle persone da 23 anni accoglie nella parrocchia della Beata Vergine Addolorata, alle porte del centro in una laterale di viale Jacopo Barozzi, quartiere residenziale dove le storie si intrecciano. E spesso ti pongono di fronte anche chi parla una lingua diversa dalla tua. Questa volta di diverso c’era anche la religione, per don Paolo, prete da 35 anni, non fa differenza: «Bisogna andare oltre il rispetto in questi casi, bisogna avere un sentimento di stima profonda vera per chi pratica una religione diversa dalla propria. Jawad è una sorta di Corano vivente, anche io vorrei essere coerente allo stesso modo con il Vangelo». Poi la battuta, che di questa storia è un po’ il sale e l’anima: «Un giorno mentre eravamo a tavola insieme - racconta don Paolo Boschini - mi chiede se sono un imam cristiano... Mi è venuto da sorridere, poi gli ho detto sì, io sono un imam cristiano». Il legame, la condivisione, come spiega don Paolo: «La cultura di oggi della condivisione, della convergenza, della connettività che è sempre sui nostri telefonini è quello stesso segnale che dobbiamo trovare nella vita, quello che ci deve unire: non possiamo condividere una foto su Instagram se poi non condividiamo valori e pensieri, saremmo delle persone a metà».
Don Paolo e Jawad hanno vissuto fianco a fianco per sei mesi: «Dal Pakistan sono arrivato in Iran - racconta in una intervista diffusa dal servizio vaticano Migranti e Rifugiati - e lì sono stato quindici giorni senza cibo e senza acqua, due ragazzi che erano con me sono morti. Volevo tornare indietro, mi hanno picchiato. Poi sono arrivato in Turchia, con un gommone fino in Grecia - racconta Jawad nel video - e oggi sono qua. Don Paolo? È bravo, siamo stati insieme qualche mese, mi ha accolto».
Oggi don Paolo vive nella sua parrocchia e si definisce «l’unica delle nove persone che ci dormono senza permesso di soggiorno». Jawad, invece, dopo aver vissuto alla Bva con don Paolo, oggi ha una camera in un appartamento con altri connazionali che come lui lavorano: Jawad è pizzaiolo alla pizzeria Delia di via Nievo, e proprio a Modena è riuscito ad esprimere il suo talento per la cucina.
Il tweet del Vaticano dove si cita la storia modenese ha subito fatto il giro del web grazie ad un video curato dalla giornalista modenese Miriam Accardo e costruito insieme ad altri professionisti del settore per la sezione Migranti e Rifugiati, un piccolo e dinamico reparto vaticano diretto personalmente da Papa Francesco. Egli crede che siano necessari sforzi ed attenzioni particolari per garantire che chi è costretto a fuggire non sia chiuso fuori o lasciato indietro. La Sezione MR aiuta la Chiesa intorno al mondo a accompagnare coloro che sono forzatamente sfollati da conflitti, catastrofi naturali, persecuzioni o povertà estrema, coloro che con difficoltà cercano di mettersi in salvo o sono rimasti bloccati, e coloro che sono vittime di tratta. E l’abbraccio di don Paolo e Jawad ne è un ritratto sincero, a tinte forti come il messaggio che lascia.
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