Paolo Ceci, l’antiquario modenese alla conquista del deserto
Ha vinto in moto l’ex Dakar: «Tutto è iniziato quando scovai una vecchia Puch in cantina»
MODENA. Un antiquario che a 42 anni (“ma con la testa di uno di quindici” - ci tiene a precisare) conquista il deserto in sella ad una moto, vincendo quella Dakar che da bambino guardava in televisione. Parabola davvero curiosa quella di Paolo Ceci, che a gennaio ha vinto il mitico raid ribattezzato Africa Eco Race. «La passione per i motori è scoccata una prima volta a sette anni quando mio padre mi ha regalato un kart. Ma dopo qualche gara ho lasciato perdere, era un ambiente con troppo agonismo. Allora ho coltivato altre passioni come il tennis. Poi, a 14 anni, la seconda scintilla, quella definitiva».
Ci racconti.
«Tutto è iniziato quando nella cantina della vecchia casa dei miei nonni a Pompeano ho trovato una vecchia moto da cross appartenuta a mio zio. Era una Puch 125 cc del 1979. L’ho sistemata con mio padre e ho cominciato a farmi le ossa. A 16 anni ho acquistato una Honda 125 da Enduro che mi accompagnato nelle prime gare a livello locale».
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Poi l’approdo al motorally.
«Mi sono avvicinato a questa specialità del fuoristrada nel 1998 grazie al mio amico Massimo Doretto».
In cosa consiste questa variante del motocross?
«Si gareggia in moto lungo un percorso non segnalato da frecce, ma per orientarsi si utilizza un roadbook. Quindi, oltre ad andare forte, bisogna fare attenzione a non perdersi, il che rende il tutto più difficoltoso ed impegnativo. Oltre a dare gas devi usare la testa».
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Prima di diventare pilota cosa faceva Paolo Ceci?
«Ero un antiquario specializzato in cornici antiche. Lavoravo nel negozio con mio padre ad Ubersetto. Mi piaceva, ma il richiamo dei motori è stato troppo forte. Iniziando una carriera che, passo dopo passo, mi ha permesso di diventare un pilota professionista».
Da Ubersetto si è trasferito a Prignano.
«Sono vissuto ad Ubersetto fino al 2010, poi per motivi sentimentali sono salito in Appennino. Tutta “colpa” di Sara, che poi è diventata mia moglie».
La sua bacheca è ricca di trofei.
«Si è iniziata a rimpire dal 2001, quando ho vinto l’assoluto tricolore. Da allora mi sono aggiudicato quattordici titoli italiani fino a cimentarmi sul palcoscenco internazionale».
Ma lei nella vita non fa solo il pilota.
«Dal 2017 non corro più l’Italiano, ma ne sono diventato tracciatore e direttore di percorso per conto della Federazione. Un incarico molto impegnativo che alterno con la mia attività di pilota e quella di istruttore. Infatti gestisco una scuola di enduro e motorally a Prignano che attualmente è in stand by per mancanza di tempo. Adesso mi concentro su due-tre gare internazionali l’anno. Anche se non è semplice garantirsi il supporto finanziario. La crisi si fa sentire...».
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Costa molto partecipare all’Africa Eco Race?
«Moto esclusa, una gara internazionale “costa” sui 10mila euro. Se si sale di livello, tipo l’ex Dakar che ho appena vinto, serve un budget di 50mila euro. Cifra che raddoppia se utilizzi un buggy. Se poi vuoi gareggiare con una macchina si arriva a cifre astronomiche, intorno al milione».
Che sensazione si prova a vincere la Dakar africana?
«Un’emozione incredibile. Da bimbo ero un appassionato della Parigi-Dakar, la seguivo in televisione sognando di poter emulare campioni come Orioli, De Pietri e Meoni. Anche se le hanno cambiato nome, la vera Dakar resta la gara africana, non quella che ha traslocato in Sudamerica».
È vero che sul podio ha festeggiato con del lambrusco?
«Mi ero portato da casa un magnum di lambrusco di uno dei miei sponsor, la Cantina Pedemontana di Formigine. Invece di festeggiare sul podio col solito champagne ho innaffiato, e macchiato, tutti con il lambrusco. Volevo lasciare un segno indelebile...».
A Prignano lei ha fondato anche un Moto Club.
«Dal 2012 ho creato il moto club Il Monte, che prende il nome dalla sperduta località nella quale vivo con Sara. Abbiamo circa 150 associati e, tra le varie attività, per il sesto anno organizziamo a Prignano il trofeo Enduro Sport FMI, prova del campionato italiano motorally che quest’anno è in calendario per il 9 e 10 giugno».
Una curiosità: come mai nel logo del moto club Il Monte è raffigurato un maiale?
«Un’altra grande passione che mi ha trasmesso mia moglie è quella degli animali. A casa nostra abbiamo praticamente uno zoo, con cani, gatti, somari, un pony oltre ad un maialino vietnamita che si chiama Morgana. Per noi è come un cane, tanto che vive dentro casa. Quando l’ho regalata a mia moglie otto anni fa Morgana era piccola... adesso pesa circa ottanta chili. È lei la mascotte del nostro moto club».
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