Aemilia, i boss si defilano dal processo
«Nuove accuse? Allora possiamo scegliere il rito abbreviato a porte chiuse e con lo sconto». Domani la Corte decide
REGGIO EMILIA. Maxiprocesso Aemilia: dopo quasi un mese di stop, ieri è stata la giornata delle difese. Hanno dato battaglia con una serie di opposizioni che potrebbero profilare lo scenario dell’assalto alla diligenza del rito abbreviato “in corsa”. In altre parole, potrebbe nascere un altro procedimento - stralciato - per diversi imputati.
Soprattutto per coloro che hanno le posizioni più rilevanti e che sono stati colpiti dalle nuove accuse, formulate dalla Dda alla scorsa udienza. Uno scenario al momento “aperto”, poiché la Corte si è riservata di decidere e solo nell’udienza di domani saranno piantati i paletti che orienteranno le difese.
In un’aula bunker strapiena come non si vedeva da tempo e con i detenuti collegati in videoconferenza – Michele Bolognino da L’Aquila, Mario Ursini da Ascoli Piceno, Antonio Floro Vito da Parma e Gianluigi Sarcone da Tolmezzo (Udine) – i difensori hanno affrontato di petto l’arma brandita a sorpresa nell’ultima udienza dall’accusa: il deposito dell’integrazione dei fatti successivi al 2015 – conseguenza diretta delle dichiarazioni dei pentiti e delle nuove indagini – che ha comportato la modifica del capo di imputazione, l’aggiunta di nuovi elementi o comunque l’estensione temporale dello stesso reato per parecchi imputati. Il reato è quello principe del capo 1: l’associazione a delinquere di stampo mafioso, Secondo i pm della Dda di Bologna dovrebbe essere considerato esteso all’interno del maxiprocesso dalla data degli arresti (fine gennaio 2015) fino ad oggi.
Una proposta che, secondo i difensori, pone più di una questione di strategia difensiva “a cascata”. I legali di Gianluigi Sarcone, Palmo e Giuseppe Vertinelli, Francesco Macrì, Gabriele Valerioti, Carmine Belfiore, Graziano Schiavone, Michele Bolognino, Sergio Bolognino, Gianni Floro Vito, Alfonso Paolini, Pasquale Brescia... hanno preso la parola uno a uno, passando al contrattacco.
In primis hanno deposto una serie di memorie difensive e documentazioni aggiuntive, sempre sulle accuse degli ultimi tre anni: e così sul tavolo della corte sono piovuti faldoni su faldoni.
Poi hanno posto una scaletta di nodi giuridici in tre step: ciascuno di essi – come in un racconto aperto dove si debba scegliere tra le soluzioni “a”, “b” o “c” – potrebbe instradare verso una casella diversa del procedimento.
Primo: l’indeterminatezza e genericità dei capi d’imputazione. L’avvocato Filogamo ha fatto un esempio che riguarda il suo assistito Giuseppe Vertinelli, accusato «...di aver confermato l’adesione al sodalizio», senza precisare quando, come, perché. Vista la genericità dell’accusa, non circostanziata, i legali hanno chiesto in prima battuta che la Corte dichiari la nullità dell’integrazione.
In seconda battuta, occorre stabilire per ogni singola posizione se si tratta di un “fatto diverso” o di un “fatto nuovo”. Rientra in quest’ultima casistica, ad esempio, il reimpiego del denaro della cosca, l’inquinamento probatorio, l’intimidazione dei testimoni o i pestaggi tra detenuti. Per utilizzare il “fatto nuovo” nel processo in corso serve il consenso dell’imputato e ovviamente i legali hanno annunciato che negheranno tale consenso. Alcuni lo avevano già fatto all’udienza precedente
La casella “fatto diverso” (l’estensione temporale di uno stesso reato) secondo la giurisprudenza apre alla facoltà, per le difese, di accedere al rito abbreviato. Un abbreviato non limitato agli atti preliminari d’indagine, come d’abitudine, bensì un abbreviato “in corsa”, basato su tutti gli atti del processo fino a quel momento. Uno sconto di pena con udienze a porte chiuse che, naufragati i tentativi difensivi precedenti e nel quadro di un aggravio delle accuse, diventa appetibile, visto le scarse probabilità che la Corte accolga la nullità dell’integrazione.
E ai presunti boss l’operazione, non dispiace affatto.
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