Vaccari: «Pini poco acuta Ora c’è da ricostruire»
L’ex senatore non è stato rieletto e attacca l’onorevole che lascia la segreteria «Basta dita negli occhi a leghisti e grillini: i nostri sono lì, dobbiamo riprenderli»
Passata la rabbia, resta l’amarezza. La mancata elezione dell’ormai ex senatore Stefano Vaccari è un tema tra i più scottanti in casa Pd, e lui stesso non fa mistero, a mente fredda, che qualcosa non ha funzionato: «Anche più di qualcosa».
A cosa si riferisce?
«Ad una distribuzione dei candidati in collegi senza nessuna logica tra quando indicato dal provinciale e quanto voluto dal nazionale. Si sapeva che quel collegio sarebbe andato in quel modo anche se il candidato avesse fatto miracoli. Quindi la scelta è stata fatta per ottenere quel risultato».
Deluso dal Pd?
«Deluso da certi comportamenti. Deluso ancora di più se sento nei giorni successivi mosse di dimissioni che evidenziano un problema grave di comprensione di quanto accaduto. E non sto parlando certo di me, sto parlando di quanto sta accadendo al partito democratico. Dimettersi - il riferimento è a Giuditta Pini, che si è sfilata dalla segreteria regionale dove era il numero 2 - è poco acuto, non è un gesto di responsabilità. Chi è stato eletto e chi riveste quel ruolo, a maggior ragione, deve rimanere lì per senso di responsabilità. Lo dico io, che non sono certo un renziano e che non penso che tutta la colpa di questo risultato, storicamente disastroso, sia del segretario nazionale. Lui fa bene a dimettersi, ma se anche chi sta in mezzo lo fa chi si prende la responsabilità di ricostruire?».
Troppo frettolosa?
«Basta fare una cosa per volta. Lunedì ci sarà l’avvio del nuovo congresso, sarà convocata l’assemblea nazionale per guardare avanti. E per guardare avanti non bisognerà limitarsi agli iscritti, meglio coinvolgere quante più energie possibili anche fuori dal partito».
È una mano tesa a sinistra?
«Se alle prossime tornate elettorali, e sto pensando alle tante scadenze amministrative che avremo entro il prossimo anno, fino alle Regionali, andremo da soli non penso si farà molta strada. Qualcuno ha detto che ormai è come una traversata del deserto, più di così c’è solo la testimonianza. Ma non è solo una questione di sinistra, è questione di saper parlare ad un pezzo di mondo che oggi non ci considera».
Perché?
«Perché ormai il Pd parla soprattutto ad una elite, non arriva più come dovrebbe ad un ceto più popolare. E per un partito di sinistra è molto grave».
Ha una ricetta?
«Penso sia giusto procedere soprattutto in un modo, e cioè evitando di mettere le dita negli occhi continuamente a tutti coloro che ci hanno detto, in un modo o nell’altro, preferire Lega e Cinquestelle. Sono quelli i voti che dobbiamo portare a casa, e questo atteggiamento di superiorità non può fare altro che accrescere una sensazione di lontananza dal Pd che sta animando queste persone. Dobbiamo fare in modo di coinvolgere queste persone, farci dire davvero che cosa non è andato e trovare un modo per percorrere di nuovo una strada comune. Basta dire sono tutti fascisti o tutti populisti, sono frasi che fanno male anche a noi. Se in un seggio di Mirandola storicamente Pd con numeri sempre abbondanti, oggi il primo partito è diventato la Lega significa che la crisi è profonda e che il sentimento che queste persone avvertono non è di protesta ma molto strutturato».
E il suo impegno in politica, oggi, da ex senatore, cambierà?
«Ho avuto la fortuna di giocare in nazionale per cinque anni, torno tranquillamente a fare il mediano in polisportiva. Basta che finiscano logiche di appartenenza che ci hanno solo penalizzato».
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