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Cantieri infiltrati, blitz dei carabinieri a Cavezzo

Cantieri infiltrati, blitz dei carabinieri a Cavezzo

. Nuovo controllo a Motta nella palazzina da 780mila euro dove era in subappalto un’azienda di Giuseppe D’Onghia

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CAVEZZO. Tre auto dei carabinieri, il reparto operativo di Carpi e l’ispettorato del lavoro: un blitz in piena regola quello avvenuto ieri mattina in un cantiere di via Cavour a Motta. Lì i militari ci erano già stati a ottobre quando scattò una sanzione di oltre 7mila euro e il blocco dei lavori per 15 giorni: il titolare dell’impresa edile, un napoletano residente a Mirandola, venne denunciato perché il cantiere era sprovvisto del piano operativo di sicurezza e il titolare di un’impresa che svolge lavori in appalto fu segnalato in quanto un operaio alle sue dipendenze - un napoletano di 48 anni residente a Bastiglia - era impiegato in nero.

Ma soprattutto tra i subappaltatori gli investigatori, come ieri guidati dal comandante della Compagnia di Carpi, Alessandro Iacovelli, trovarono addetti della Costruzione Immobiliare Vdc di Mirandola. La società risulta sequestrata dopo il provvedimento del tribunale di Modena in quanto di fatto gestita da Giuseppe D’Onghia. L’uomo, 62enne originario del casertano, ma da decenni in affari nella Bassa, è da tempo finito sotto la lente d’ingrandimento del Gico della Finanza per le proprie attività. A D’Onghia, in un procedimento antecedente a quello della Vdc, vennero sequestrati diversi immobili e società, tutte riconducibili a lui seppur intestate a familiari piuttosto stretti.

Si parlò di un sequestro milionario, motivato dalle misure contro la “pericolosità sociale” del 62enne. Non a caso D’Onghia è da tempo considerato molto vicino alla criminalità organizzata calabrese e campana. Su di lui sono state eseguite diverse annotazioni di servizio delle forze dell’ordine per i contatti, tra gli altri, con Alfonso Perrone e Sigismondo Di Puorto, uomini dei Casalesi, oppure con personaggi legati al clan ’ndranghetista Fortugno. Si tratta delle motivazioni per cui un’altra società riconducibile a D’Onghia - la Diana srl - fu esclusa dalla white list per la ricostruzione del sisma.

Ma evidentemente “Peppe a zecchinetta”, il soprannome con cui è conosciuto tra gli amici, aveva tutto l’interesse ad introdursi nel business del terremoto anche alla luce degli imponenti importi delle ristrutturazioni. Si pensi soltanto che il cantiere di Motta, ufficialmente affidato ad un consorzio mantovano, vale 780mila euro.

E a distanza di mesi i carabinieri hanno voluto verificare di nuovo se le maestranze di D’Onghia fossero ancora presenti all’interno della struttura, cresciuta a dismisura nel corso dei mesi. «C’era stato qualche problema con un vecchio subappaltatore all’inizio - ha detto un capomastro - ma io di cantieri così solidi e calcestruzzo così buono ne ho visti pochi nella mia vita...».

La mente corre subito ad un caso simbolo delle aziende emiliane cannibalizzate dalla malavita organizzata. Nel processo Aemilia, infatti, sta emergendo come, ad esempio, la Bianchini Costruzioni di San Felice, pur essendo ufficialmente ancora amministrata da Augusto e famiglia, impiegasse maestranze riconducibili al mondo ’ndranghetista di Michele Bolognino. Era lui a gestirli, ad indirizzarli e a farsi riconsegnare addirittura il buoni pasto. Una strategia per fare soldi usando imprese formalmente “pulite” e credibili sul territorio. Ecco perché i carabinieri hanno intensificato questo tipo di controlli, utili per tenere alla larga possibili speculatori della criminalità organizzata o anche soltanto da soggetti pericolosi: è il caso di Salvatore Natale, sorvegliato speciale sanfeliciano, trovato a lavorare per la ricostruzione in ditte di amici committenti a Novi e Mirandola.(fd)
 

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