Modena piazza Primo Maggio Spaccata in 2 chioschi «Siamo abbandonati»
Tre nuovi raid dei ladri in una settimana tra le baracchine Danni ingenti, si pensa alle inferriate. «Qui nessuno ci aiuta»
MODENA. Due vetri antisfondamento fatti a pezzi con le rose che si staccano. Davanti, due lastre di ferro sono incastrate in qualche modo. «Guarda cosa hanno fatto. È la terza volta, e adesso?» Cristina, una ragazza cinese che vende scarpe, allarga le braccia. «Stamattina chiama il padrone della baracchina. Gli dico: sono tornati, i vetri rotti... Mi dice che non paga più. Ha pagato due volte. Ora faccio io. Ma non è giusto».
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Il commerciante di fronte a lui, un giovane bengalese, scuote la testa. «Non racconto più niente. È inutile. Siamo abbandonati». C’è aria cupa di rassegnazione alle baracchine dei piazzale Primo Maggio, di fronte alla stazione delle corriere. Siano al quinto raid notturno. Ancora una volta per questi ambulanti che già guadagnano poco per lo scarso traffico di clienti si aggiunge il costo delle riparazioni dei danni provocati dalle spaccate: anche ieri 500 euro per un vetro o 500 euro per una lastra di ferro. E ora pensano alle inferriate.
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Sono due mesi che va avanti così. Nessuno fa nulla. Qualche pattuglia notturna non basta. E il Comune, dicono, non li aiuta perché dice che sono fuori dal centro storico: commercianti di serie B. Racconta la modenese Mirella: «Sono venuta anche martedì e mercoledì notte, hanno fatto altri danni. Il mio collega cinese in fondo ha visto uno di questi ladri vandali: un uomo in bici con un berrettino rosso. Erano le 3.30 di notte ed era passato al suo chiosco per caso. Intorno non c’era nessuno. Ha chiamato le forze dell’ordine ma non è servito a niente. E ora nella notte tra giovedì e venerdì i ladri sono tornati spaccando i vetri di due chioschi, quello di Cristina e di un ragazzo. Cosa possiamo dire di più? La situazione è avvilente. Ci sentiamo abbandonati. E soprattutto ogni volta non cambia niente».
Mirella spiega che si sentono alla mercé di chiunque. E mentre lo dice l’attenzione è attirata da una scena tipica in fondo al corridoio interno. È mezzogiorno passato e arrivano gli studenti superiori per prendere le corriere. Due di loro, adolescenti, vengono fermati da un giovane bengalese. Hanno appena rubato della merce e sono stati scoperti. «Ohhh!, ’Zzovuoi? - grida biascicando le parole il più grosso dei due, un bulletto obeso e i capelli rasati al lato - fatti i ’zzituoi, capito?» grida, come se fosse lui la vittima. «Ecco, vedete? Anche di giorno siamo messi così. Arriva qualcuno, ruba e dopo minaccia, alza la voce», spiega un altro commerciante. Di fronte c’è il posto di polizia integrato. Si vedono gli agenti? Nessun risponde.
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C’è un’atmosfera da esilio, tra questi chioschi. Non solo l’esilio da piazza XX Settembre, la loro sede originaria, ma proprio dalla città: sono relegati ai suoi margini. Quel piazzale dei bus ha qualcosa di terribilmente vuoto appena gli studenti se ne vanno. «Qui di sera non passa nessuno. Si vede qualche pattuglia che passa e controlla, ma niente di più», spiega un commerciante.
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Per questo il ladri vandali la fanno sempre franca. E posso usare la stessa tecnica rumorosa senza che nessuno li fermi: gettare pietre e tombini contro vetri temperati. Anche l’altra sera il ladro, spaccando uno dei due vetri del negozio di scarpe di Cristina, si è ferito: c’erano tracce di sangue. Tutto per rubare qualche paio di scarpe e degli spiccioli, dal momento che nessuno dei commercianti lascia certo i soldi lì sapendo che i furti sono ormai all’ordine del giorno (e della notte).
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