«Omeopatia a sostegno dei malati oncologici»
Il dottor Montorsi: «È una valida integrazione da affiancare alle terapie mediche Il monitoraggio all’ospedale di Sassuolo dice che c’è un 50% di effetto positivo»
L’omeopatia come supporto per il paziente oncologico. Se ne è parlato nel nuovo centro polifunzionale di “Per vincere domani”, aperto da pochi giorni nel residenziale “Somada”.
«La possibilità c’è sicuramente - ha detto il dottor Marcello Montorsi, omeopata - ed è un’esperienza replicata ovunque nel mondo. Anche in Italia ci sono diverse realtà di oncologia integrata dove l’omeopatia fa parte di un complesso di cure tradizionali. Al centro deve sempre stare la qualità della vita del paziente: mentre supporto e cure a volte sono difficili da tollerare perché hanno effetti collaterali e problematiche, l’omeopatia svolge una funzione di integrazione rispetto a queste cure».
È possibile per qualsiasi tipo di forma tumorale del paziente?
«Sì, è possibile sostenere il paziente tanto per terapie chirurgiche (prima e dopo l’intervento) che per chemioterapia e radioterapia. Ovviamente le cure omeopatiche vanno adeguate a condizioni e caratteristiche del paziente, tenendo conto di tutti gli aspetti e al tipo di terapie alle quali viene sottoposto».
Scendiamo nel dettaglio, una tipologia standard: cosa si usa, cosa si fa?
«Non esiste una tipologia standard di intervento perché quello che si fa, a grandi linee, è somministrare dei principi naturali a bassa dose con un’efficacia terapeutica prima, durante e dopo un intervento terapeutico tradizionale. Si può dire che se le terapie ufficiali mirano molto ad attaccare la massa tumorale, le terapie di sostegno cercano di mantenere i meccanismi di difesa del paziente il più integri possibile mentre svolge queste terapie. C’è una sinergia: una terapia (quella tradizionale) guarda la malattia, quella di supporto cerca di guardare alla complessità del paziente nella sua integrità psico-fisica e cerca di consentirgli al massimo delle sue possibilità di reagire bene alle cure e quindi di aumentare le possibilità di guarire dalla malattia».
Possiamo dire che in parte ripara quello che le chemio distruggono anche nelle parti sane?
«Esattamente. E cerca di favorire i meccanismi di recupero rispetto agli effetti dei farmaci tradizionali che spesso hanno una loro tossicità anche elevata».
Qualche numero da dare?
«Ho raccolto i casi del primo quadriennio della collaborazione col Day Hospital Oncologico di Sassuolo, che esiste dal 2011. Posso dire che su oltre il 50% delle situazioni si è avuto un effetto positivo, totale o parziale, con un certo grado di soddisfazione. In altri casi l’effetto è stato di minor impatto ma stiamo lavorando per aumentare questa percentuale di successo. Ci sono situazioni più facili da trattare con l’omeopatia rispetto ad altre, sicuramente aspetti come gli effetti delle cure ormone-soppressive o gli effetti collaterali a livello gastrointestinale, o anche la fatica cronica, che spesso per un malato di tumore è molto invalidante, vengono trattati con un certo successo, altre situazioni sono più difficili. Tuttavia la possibilità per ogni singolo caso è intatta anche per un successo completo a livelli di effetti avversi o di reattività dell’organismo nel corso della chemio».
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