Perusinia, il vino “nonno” del lambrusco
Andrea Zifferero, il 7 aprile ai Musei civici: «La prima vite era selvatica, poi arrivò Labrusca di Virgilio»
Chi, alla domanda di cosa bevessero in origine gli antichi modenesi, rispondesse lambrusco sarebbe fuori strada. Sveliamo subito la soluzione, il primo vino in assoluto bevuto sul territorio sarebbe una varietà definita “Perusinia”, originaria di Perugia, come ricorda in un saggio sul tema l’esperto Andrea Zifferero che il 7 aprile terrà sul tema una conferenza ai Musei Civici. «Si tratta di un vino - spiega il docente - dagli acini neri, in grado di produrre un vino tendente a schiarire dopo quattro anni di invecchiamento».
Anche il consumo del “nettare degli dei”, dunque, è un aspetto curioso riguardo all’antica Mutina, come analizza il saggio intitolato “Il paesaggio del vino a Mutina: circolazione varietale, produzione e consumo”. Del resto sono numerosi gli aspetti storici e culturali interessanti che riguardano la mostra “Mutina Splendidissima. La città romana e la sua eredità” (al Foro Boario fino all’8 aprile). Il primo a parlare di particolari vinicoli è lo scrittore Plinio: «Applicando la stratificazione degli apporti viticoli - spiega Zifferero - alla domesticazione in viticoltura, un primo, importante richiamo alla coltivazione della vite a Modena è in Plinio con il “Naturalis Historia” che menziona una varietà definita Perusinia. La denominazione del vitigno, in base alla consuetudine romana, tradisce una chiara origine dalla città etrusca di Perugia ed è stata riconosciuta da vari autori come un diretto riferimento alla mitografia delle città dell’Etruria padana, che riconduceva al perugino “Ocnus” la fondazione di Felsina (Bologna) e poi di Mantova, a sua volta fratello o figlio di Aulestes, fondatore e re di Perugia».
Ma la coltivazione della vite risale invece all’età del Bronzo.
«Nell’area emiliana i dati archeobotanici provenienti dalla terramara di Montale; hanno anticipato alla fine dell’Età del Bronzo medio e all’Età del Bronzo recente la coltivazione della vite, fissando alla seconda metà del II millennio a.C. la comparsa della “Vitis vinifera sativa”, come conseguenza della domesticazione della vite selvatica: il dato permetterebbe di retrodatare almeno alla tarda Età del Bronzo lo sviluppo selettivo dei vitigni ritenuti autoctoni nell’area modenese e reggiana; sarebbero afferenti alla famiglia dei “Lambruschi».
Se non è il lambrusco odierno, dunque, poco ci manca.
«La parentela dei vitigni Lambrusco con la vite selvatica è anche linguistica, oltre che genetica: Virgilio nelle Bucoliche adopera infatti il termine “labrusca" per definire la vite spontanea ai margini dei campi o in prossimità di acque correnti».
Come si sviluppò il consumo del lambrusco?
«Restano dubbi sull’effettiva portata della produzione e sull’eventuale commercio del vino prodotto dai vitigni Lambrusco, nell’attuale assenza di contenitori che ne facilitassero il trasporto a lunga distanza, come le anfore: non mancano però nei contesti archeologici emiliani pertinenti al periodo etrusco i “dolia” che nel caso specifico potrebbero far supporre attività di fermentazione del mosto e di conservazione del vino in quantità cospicue. È comunque interessante rilevare come i corredi funerari dell’area bolognese, modenese e reggiana abbiano riferimenti al consumo del vino, sia pure in chiave rituale, a partire dalla fine del VII secolo a.C., con diretto collegamento alla pratica del simposio greco e la volontà di adeguarsi ai modelli di consumo esperiti dalle aristocrazie dell’Etruria meridionale».
E la produzione nella Mutina romana?
«Diverso appare invece il contesto della produzione di vino a Mutina nel periodo romano: l’esplorazione dell’area urbana e soprattutto l’indagine della fascia suburbana segnata dal reticolo centuriale ha delineato un livello di diffuso benessere, generato anche dalla feracità dei terreni di pianura, con un paesaggio agrario dominato da aree umide impiegate dalla viticoltura e dalla frutticoltura, alternate a coltivi asciutti».
Stefano Luppi
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