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Da Modena a Scampia, tra scout e vita

di Margherita Campolieti

L’esperienza del gruppo Modena 6 della parrocchia Santa Rita nel quartiere di Napoli: «Abbiamo imparato tanto da loro»

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Il gruppo scout di Modena 6 della parrocchia di Santa Rita ha trascorso nei mesi scorsi una settimana a Scampia, il quartiere della periferia Nord di Napoli spesso descritto come culla della criminalità e tristemente famoso per il suo elevato tasso di disoccupazione e per Le Vele, costruzioni divenute simbolo del degrado e dello spaccio. Grazie alla collaborazione con i Gesuiti del Centro Hurtado, i ragazzi modenesi sono stati impegnati come volontari in attività come giocare con i bambini, fare animazioni, organizzare progetti dedicati ai ragazzi, fino a gestire alcune aree verdi del quartiere, pulendole e tenendole attive per tutte le giornate. Una sorta di gemellaggio che ha lasciato sentimenti e emozioni nei ragazzi che hanno deciso di raccontare questa settimana di servizio. Pubblichiamo qui due racconti in prima persone di altrettante ragazze scout.



Dopo mesi credo di aver capito. Ho trovato Dio, il dio di cui tanto parlano i cristiani ma in un posto dove Dio non sembra esserci mai passato. Scampia è come Lui. Da un momento all’altro ti chiama e tu ascolti con tanta fame e paura, con tanta sete di sapere ed altrettanta reticenza ad inghiottire tutto quello che ha da dire. Scampia ti parla con ogni muro di cemento armato grigio e spoglio, ti urla con ogni bambino con un padre assente, ti sussurra in un orecchio con sorrisi amari che vedi sui volti di donne segnate da una vita che non hanno scelto. No, nessuna conversione. Ma lì senti di dover donare indietro tutto quello che quei pochi chilometri quadrati ti hanno dato e non sei mai sazio, né consapevole. Se Dio è l’umanità, lì ho trovato l’amore per Dio. È impossibile spiegarlo e forse anche concepirlo per chi non è mai stato a Scampia, ma posso assicurare che non si tratta di fascino per la malavita o per il degrado. Lì c’è molto di più. Tempo fa scrissi: “Spiegare come sia stato per me vivere l’esperienza a Scampia è molto complesso. Partendo non avevo nulla in mente se non qualche luogo comune ed alcuni pregiudizi, come “normale” che sia. Dall’arrivo, però, è stato come iniziare un percorso di catarsi da ogni genere di opinione che mi ero creata e mi sono sentita avvolgere da una miriade di emozioni. Scampia insegna tante cose, insegna che la segregazione porta la gente ad autoescludersi dal mondo esterno, insegna che non tutti coloro che abitano lì lavorano per camorristi; insegna a cercare sempre il buono nelle persone e nei bambini che sono stati corrotti da un mondo che non hanno scelto. Sono convinta che purtroppo siamo stati noi, come scout, ad imparare di più dai bambini di Scampia, da quell’ambiente che avremmo dovuto migliorare, anche se, ritengo che sia stato un buon esercizio per imparare ad aiutare le persone senza sentirsi obbligatoriamente gratificati dall’altro. I bambini coi quali abbiamo fatto servizio erano inizialmente restii ad ogni tipo di contatto con noi e non davano alcun tipo di soddisfazione, e sinceramente è da quel momento che ho capito quanto fosse meraviglioso essere lì a vivere in un mondo senza filtri e poco civilizzato. Si ha come la percezione che lì le persone siano un po’ più vere di noi che a volte siamo così educati da essere falsi”.

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