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Summer Camp, il digitale è un gioco da... ragazze

di Gabriele Farina
Summer Camp, il digitale è un gioco da... ragazze

Oltre duecento giovani alla presentazione del progetto che promuove lo sviluppo delle capacità femminili nella scienza e nella tecnologia, spesso troppo maschili 

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Perché le donne hanno vinto solo tre Nobel su cento in materie scientifiche? La domanda ha stimolato reazioni diverse ieri mattina nell’aula magna del Muratori. Il luogo ha ospitato oltre duecento giovani (soprattutto ragazze) del Muratori-San Carlo e del Barozzi, del Wiligelmo e del Venturi. Le studentesse del terzo e del quarto anno della scuola secondaria di secondo grado possono accedere al Summer Camp gratuito Ragazze Digitali. Un evento di quattro settimane, dall’11 giugno al 6 luglio, in cui le partecipanti potranno mettersi alla prova creando videogiochi in gruppo. Un modo per abbattere stereotipi di genere su donne, scienza e tecnologia. «Fino al liceo non esiste un gap tra donne e uomini nella scienza - ha ricordato ieri al giovane pubblico Silvia Bedodi in rappresentanza di EWMD Reggio-Modena - poi aumenta fino al 3% dei Nobel alle donne in materie scientifiche. Riteniamo sia legato a stereotipi». La sigla EWMD (European Women’s Management Development) indica la rete europea per uno sviluppo manageriale al femminile. Le studentesse e gli studenti hanno poi ascoltato esempi di chi ha combattuto e combatte gli stereotipi, affermandosi nei propri campi. Hanno ascoltato il ricordo di Hajar Louhabi, studentessa sassolese a cui la sigla ha intitolato un premio da 500 euro per la scuola più rappresentata. Hanno navigato in tempo reale su Internet per cercare le applicazioni presentate da Marcella Albiero, cofondatrice dell’azienda modenese Melazeta. «Amo il mio lavoro - ha riconosciuto loro Albiero - e non credo sia soltanto per nerd. Le ragazze hanno molte capacità inespresse: mettetevi alla prova». Un invito vissuto sulla propria pelle da Ludovica Gherardini. Diplomata in ragioneria al Sacro Cuore, ha ripreso la passione per i computer dopo aver scelto Beni culturali all’università. «Avevo paura di cimentarmi in un’universitaria tecnica - ha assicurato Gherardini, oggi consulente di sviluppo presso Yoox - perché a volte manca il coraggio nelle ragazze per quanto la società fa vedere loro, soprattutto quella maschile». «A otto anni la maestra mi disse che “Essere inventore è da maschietti” - ha aggiunto Miriam Surro, ingegnere informatico e cofondatrice dell’azienda Mi-Do - ma non capii e non me curai affatto. I miei genitori mi hanno spiegato che non esistono lavori da maschi o da femmine, oltre che non esiste limite a quanto possiamo fare se lo svolgiamo con impegno, passione e umiltà». Surro ha invitato studentesse e studenti a «usare le tecnologie come un coltellino svizzero» e «sfruttare l’immaginazione vivida e brillante che avete». «Non provate a essere uomini, rimanete donne», l’invito rivolto alle ragazze dall’ingegnere modenese Ilenia Todeschini. Per la collega Anna Bacchelli «l’informatica sarà uno dei pochi aspetti del liceo che applicherete nel mondo del lavoro».

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