Omicidio: dieci anni di casa psichiatrica
Verona Popescu uccise il suo compagno Claudio Palladino. Non era in grado di capire: sarà internata
Verona Popescu non è processabile, perché quando uccise il suo compagno Claudio Palladino - manager 63enne della Manitou - non era in grado di intendere e di volere, ma dovrà restare internata in una struttura psichiatrica per dieci anni. È questa la sentenza del giudice emessa ieri al termine del processo con rito abbreviato per il terribile omicidio di via Mar Adriatico, avvenuto nel giugno dell'anno scorso: otto coltellate al petto dell'uomo che non era più il suo amato, ma un nemico in casa, e poi il taglio dei testicoli e la loro conservazione secondo un rituale compiuto con precisione.
Verona Popescu era già internata nel Rems di Bologna, la struttura riabilitativa per malati mentali creata dopo la chiusura dei manicomi giudiziari (quello emiliano era a Reggio). E lì dentro resterà fino al 2028. Non saranno anni facili per lei, ma questo non toglie la comprensibile amarezza profonda dei familiari della vittima che ieri, al termine del processo, sono usciti dal tribunale chiusi in un doloroso silenzio evitando commenti.
Che la Popescu non fosse da processare era un fatto già acquisito al termine del lungo incidente probatorio che doveva servire proprio al perito psichiatrico nominato dal giudice per stabilire se la 50enne moldava fosse o no in grado di intendere e di volere. La risposta è stata no: non sapeva quello che faceva mentre uccideva il suo compagno. Per questo è stata assolta ieri al termine di un processo formale proprio perché era "non imputabile" e subito dopo è stata emessa l'ordinanza di internamento.
Segni di un disturbo della personalità erano emersi in modo inequivocabile già al momento delle indagini condotte dalla polizia e dal pm Lucia De Santis. I discorsi della 50enne - che si era lavata e rivestita con abiti puliti dopo il delitto e aveva chiamato la polizia aspettando l'arrivo della pattuglia davanti alla tv - avevano in effetti accenti paranoici: si sentiva circondata da complotti. Lo stesso motivo scatenante del delitto era legato alla sua insistenza su elementi di manipolazione intorno al cibo che Claudio Palladino definiva "fisime" per abbassare i toni. Proprio questo sminuire ciò che lei rimarcava l'ha spinta a considerarlo un elemento estraneo che congiurava contro di lei, un nemico dalla parte degli "altri". E il delitto è maturato nella rabbia di questa idea ossessiva. A colazione, al suo ennesimo tentativo di abbassare i toni, Claudio ha ricevuto una pentola di olio bollente addosso e subito dopo otto coltellate al torace. Colpi di lama mortali. Poi la castrazione, i testicoli rinchiusi in modo accurato nel cellophane, riposti su un piattino da caffè e mesi in frigo per la conservazione. Cosa volesse dimostrare con questo macabro rituale, non si sa e forse non lo sapremo mai. Fatto sta che subito dopo, fin dalla sua ammissione, sono emersi discorsi carichi di paure complottiste. I suoi discorsi si fissavano su nemici che stavano complottando per sovvertire l’ordine del mondo, gente che voleva far trionfare il male agendo dietro le quinte e colpendo ignare popolazioni e individui. Il complotto era nato con il nazismo, le SS lo avevano portato avanti e, nonostane la sconfitta, stava continuando ancora: “loro”, diceva la Popescu, questi agenti invisibili e infiltrati da la gente comune, "loro" stanno inquinando i cibi, l’acqua e l’aria per avvelenare piano piano i popoli e poi annientarli o soggiogarli. Quel “loro”, così generico e così carico di sottintesi, era diventato una ossessione: trovava le loro tracce ovunque, anche nel frigorifero di casa.
Carlo Gregori
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
