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Giornate Fai, in migliaia a Finale

di Gabriele Farina
Giornate Fai, in migliaia a Finale

Tanta curiosità per scoprire i tesori custoditi nei palazzi raccontati dagli studenti

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FINALE . A migliaia tra strade e ville per riscoprire i tesori di Finale, dove si sono svolte nel week end le Giornate Fai di Primavera.

Il Fondo ambiente italiano ha allestito un percorso a tappe nella “Venezia degli Estensi” per recuperare un passato ferito dalle scosse del maggio 2012 e non sempre conosciuto a fondo. «Molti visitatori di Finale ci hanno ringraziato per aver fatto loro da guida perché la visita è servita a conoscere meglio il paese», ha spiegato Eva Roncati, una delle tante allievi del del liceo Morando Morandi che si è occupato di formare i ragazzi alle illustrazioni delle visite. Peccato soltanto che molti negozi si siano fatti trovare impreparati, privilegiando la chiusura domenicale ai potenziali affari che migliaia di persone avrebbero garantito.

Palazzo Ferraresi, Bresciani-Rodriguez, Bregoli-Rossi, Nannini-Spinelli e Finetti, e tutta via Oberdan: ecco le bellezze in mostra e peccato che soltanto tre fossero visitabili all’interno - con attese anche di mezzora - perché le altre portano ancora i segni delle scosse. Ma la gente ha atteso con calma il proprio turno per scoprire tesori nascosti da anonime mura, restando affascinata da affreschi e decorazioni classicheggianti o dalle nicchie storiche che solo un attento studioso può aiutare a notare. E così, dopo via Saffi e via Cavour, si scende verso via Oberdan tra impalcature e palazzi feriti.

Il percorso ha inizio dalla chiesa di San Francesco e dal Teatro sociale. Lungo la strada s’incontra palazzo Frassoni, che racchiude opere d’arte quali una scala in cotto e due nicchie con statue dell’incoronazione di Giunone e dell’Apollo con la cetra. Palazzo Borsari è ricoperto da impalcature, mentre di palazzo Cassetti è rimasta una traccia della struttura originale nell’androne: «Il pavimento era costituito di ghiaia con due grandi lastre di pietra per le ruote delle carrozze», ha ripreso Amanda.

Elementi che si ritrovano nel palazzo Ramondini, di cui l’agronomo Dino Pizzoli (attuale proprietario) ha schiuso le porte: «Luigi Ramondini era un proprietario molto aperto - ha ricordato il conosciuto finalese, bolognese d’origine - infatti ho lettere in cui scrive: approfittate della mia abitazione a Finale».

Tra gli ospiti ebbe Ugo Foscolo, «che considerava Ramondini una specie di padre». Una lapide all’ingresso ricorda sia il medico finalese sia il poeta, ferito a Cento durante un assalto con quattro granatieri. Pizzoli ha mostrato all’interno lucchetti medievali, il camino affiancato da un pozzo tipico delle abitazioni settecentesche e una tavola di legno decorata nel soffitto, restituita da un restauro conservativo del secolo scorso.

A una parete è appesa una copia del primo tricolore italiano. «Luigi Ramondini era componente della commissione della Repubblica Cispadana che ha firmato il decreto del 1797 - ha precisato l’agronomo - e istituito la bandiera italiana».

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