«Odori sgradevoli in ceramica? Spesso non sono nocivi»
Lo studioso Alan Tonon di Labiotest ha spiegato a Sassuolo fattori soggettivi ed effettive concentrazioni di sostanze
Fra i temi di maggiore risonanza dell'anno appena trascorso per il settore delle piastrelle ha avuto un ruolo significativo il problema degli odori determinati dalle lavorazioni nella produzione ceramica di ultima generazione, quella che è caratterizzata soprattutto dalle grandi lastre. Si è diffuso l'allarme in modo particolare tra tutti coloro che vivono in prossimità delle industrie e sono spesso disturbati da questi nuovi odori sgradevoli.
Nei giorni scorsi, presso Esmalglass a Sassuolo in occasione dell'inaugurazione della sede rinnovata e ristrutturata, si è pensato, se così si può dire, di prendere il toro per le corna e parlare direttamente di odori e di emissioni.
Alan Tonon, direttore tecnico di Labiotest, esperto di emissioni in particolare odorigene e già presente in numerosi convegni sul tema, in particolare in uno molto noto del 2015 proprio a Modena, è intervenuto per provare a fare il punto della situazione e distinguere fra odori, allarmi e effettive concentrazioni e nocività di sostanze.
«Nella produzione ceramica – ha spiegato – non è cambiato nulla o molto poco. I processi di decorazione digitale hanno effettivamente comportato la produzione di odori legati ad alcune sostanze. L'odore deriva da molecole allo stato gassoso che portano al cervello un'informazione che viene associata a una sensazione olfattiva. Il cattivo odore – ha aggiunto – è un utile campanello di allarme che il nostro organismo si dà. Ci serve a evitare di mangiare cibo marcio, a renderci conto di anomalie. È giusto e legittimo che in presenza di un odore, percepito come sgradevole, l'organismo umano entri in allarme. Non necessariamente questo allarme deve però essere associato a una contaminazione nociva ed è questo che invece succede spesso oggi, anche in seguito alle mutate esigenze delle persone, alla ricerca di ambienti sempre più asettici».
Le emissioni odorose da agenti inorganici che possiamo avvertire non sono, come si potrebbe pensare, infinite, ma principalmente di quattro tipi: acido solfidrico che dà il classico odore di uova marce, ammoniaca, zolfo e ozono”.
La misurazione delle emissioni odorose è molto complessa: «Come primo fattore – ha spiegato Alan Tonon – va considerato che il fastidio di fronte a un odore è soggettivo, non è uguale per tutti. Ci sono profumi che qualcuno non sopporta e trova addirittura irritanti, odori sgradevoli che per qualcuno non lo sono. Anche la misurazione puntuale, la cosiddetta olfattometria dinamica, è complessa e comporta un margine di errore molto elevato. È utile comunque perché consente di stabilire dati oggettivi, per quanto non esatti, e di partire da quel punto per concepire sostanze che odorino di meno».
Ciò che invece non è soggetto a margine di errore, è l'effettiva concentrazione di sostanze nelle emissioni.
Il paradosso è che in molti casi, in presenza di quantità minime, l'odore sgradevole è fortemente percepito: «Nel caso dell'acido solfidrico, per esempio, bastano 8 millilitri su 20 milioni di metri cubi perché il naso umano sia in grado di percepire il fastidio. Registrato l'allarme bisogna però poi attenersi alle misurazioni reali. È a questo punto che bisogna evitare che entrino in gioco la suggestione e la sensibilità umana, che c'è ed è anche comprensibile. In tante, fra le numerose misurazioni che abbiamo effettuato, seguivamo a computer la direzione presa dalle emissioni e nel contempo ci arrivavano segnalazioni esattamente dalla parte opposta dell'abitato».
Anche regolamentare la materia a norma di legge è molto difficile: «Proprio perché - dice ancora Tonon - la misurazione degli odori e molto difficile, non esistono leggi che siano in grado di regolamentare la situazione. Le normative nazionali non stabiliscono parametri. Le Regioni, visto l'insorgere del problema, hanno provato a mettere in campo protocolli operativi assolutamente teorici in assenza di misurazioni possibili e certe. L'unico fattore a cui attenersi è l'effettiva concentrazione delle emissioni e il suo rispetto dei limiti».
Gabriele Bassanetti
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