Alessandro Bergamini, il finalese che fotografa... il mondo
Viaggi come professione. «Avventura iniziata per caso, poi la pubblicazione sul National Geographic. E ora documenterò le cento etnie dell’Asia»
MIRANDOLA. Del suo paese natale, Finale, si porta dentro quel senso di comunità forte e quella semplicità spartana e anche un po’ originale di vivere la vita che sono tipici di quelle parti. Un legame ben saldo con le sue origini che diventa un valore aggiunto quando quelle radici si intrecciano con il vissuto di chi, a migliaia di chilometri di distanza, si svela attraverso sguardi intensi, gesti antichi, usi e costumi espressioni identitarie di un popolo e della sua cultura che il suo obiettivo cattura in scatti vividi e veri portandoci dentro la vita degli altri.
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Perché guardare le fotografie di Alessandro Bergamini ed ascoltarlo mentre ti parla di come sono nate è un viaggio dell’anima, prima che geografico. Finalese d’origine sì, ma residente a Quarantoli con la fidanzata Laura (che lo ha anche accompagnato in più di un viaggio), Alessandro è fotografo professionista per l’agenzia “Grandi Viaggi Fotografici” e annovera già un importante traguardo: il National Geographic. Non male per un ragazzo di 31 anni che la passione per i viaggi lontani ce l’ha nel dna da sempre. Quella per la foto è nata invece grazie al papà, Lucio Bergamini, conosciuto da tutti a Finale come “Il Maestro”.
«Già quando avevo 18 anni e d’estate ero libero ne approfittavo per prendere degli aerei diretti in posti lontani come il centro America e l’Asia, sospinto dalla voglia di scoprire situazioni particolari e “il diverso” - racconta Alessandro - una volta tornato raccontavo alla gente quello che avevo vissuto e tutti ne erano rapiti. Allora mio padre Lucio mi suggerì di portare con me una macchina fotografica ed immortalare quello che vedevo, per poterlo infine anche mostrare. E proprio una delle foto scattate durante l’ennesimo viaggio in India, è stata pubblicata nel 2014 sul National Geographic dopo aver vinto un concorso».
Poi l’occasione di rendere questa passione un vero lavoro: «Da tre anni faccio parte dell’agenzia “Grandi viaggi fotografici”: siamo un team di fotografi italiani che si dedica a reportages dal mondo. Con i colleghi si creano legami d’amicizia molto forti perché ci troviamo a lavorare in posti dove lo sviluppo tarda ad arrivare, la tv non esiste e i cellulari non prendono: così si riscoprono però i rapporti umani. Le nostre opere, grazie alla gallerista Gioia Valerio, sono state esposte recentemente a Milano al Mia Photo Fair, una delle fiere di fotografia più importanti d’Europa, riscuotendo grande successo tra i collezionisti. Il progetto che stiamo portando avanti ora è quello di ritrarre le cento etnie dell’Asia e presto partirò per il Kashmir e il Tibet, passando per l’Afghanistan e raggiungendo infine il Pakistan e la Cina».
Ma sono gli aneddoti sui viaggi già compiuti ad affascinare ed arricchire. Perché le parole di Alessandro si tingono di quella umanità e di quel rispetto di chi sa entrare nel vissuto altrui in punta di piedi, con tatto.
«Ho scelto di ritrarre visi, di adulti o bambini, perché per me la meraviglia del viaggio risiede nei volti umani che si incontrano, nella bellezza e nell’intensità degli occhi delle persone che ti raccontano, guardandoti, la loro storia - spiega - sono sguardi duri, come quelli dei pastori kashmiri, dediti alla transumanza, oppure sinceri come quelli dei bambini che non hanno nulla e quindi sanno ancora emozionarsi se gli regali un palloncino. Sono stato in Thailandia, in Cambogia, in Malesia, in Indonesia, in Vietnam, in Laos, in Birmania, in Cina, in India, in Tibet e in Africa. Sempre alla ricerca di piccoli villaggi, alla scoperta di etnie remote e particolari, gelose e felici del loro mondo e delle loro tradizioni antiche, alloggiando ovunque: per strada, in tenda e anche a casa della gente. Come è successo nel Vietnam del Nord: si era fatto buio e così con dei colleghi fotografi siamo rimasti a dormire a casa di persone di etnia Hmong. Avendo ospiti il giorno seguente ci hanno voluto preparare un pranzo speciale portando in tavola un animale che da noi non si mangia. Per educazione abbiamo comunque accettato. Ma non li giudico: è un fatto di cultura, fossi nato lì sarebbe normale anche per me. Spettacolare poi il viaggio in India nella valle dello Zanskar, culla del buddismo, in un villaggio a più di 4mila metri d’altitudine. Una ricerca della piccola comunità e un modo spartano di vivere il viaggio che - ammette infine Alessandro - molto hanno a che vedere con il mio essere sempre e comunque un... finalese».
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