Iozzoli, in un romanzo la crisi dell’Occidente e dei rapporti con i figli
«Modena è un buon punto di osservazione per indagare questa disgregazione che investe ogni cosa, anche l’epica”
MODENA. Giovanni Iozzoli torna a pubblicare un romanzo, il quarto per l’esattezza, che ancora una volta parla di temi complessi: drammi familiari, integrazione, terrorismo. Il libro si intitola “Di notte nella provincia occidentale” (Ed. Artestampa, p. 272). Ed è proprio Iozzoli a parlarci del suo nuovo romanzo:
Come è nata l'idea della trama?
«Dalla realtà. La cosa più stimolante è riuscire a mettere in connessione le piccole vite che incontriamo nel quotidiano, con i grandi scenari, oggi purtroppo molto spesso cupi e foschi. I protagonisti sono persone normali, due bravi padri di famiglia, uno italiano e uno marocchino, entrambi “migranti” ed entrambi esempio di perfetta integrazione nella realtà modenese, che all'improvviso scoprono la terribile durezza dei tempi che stanno vivendo: la fuga dei figli, verso due traiettorie distinte ed egualmente autodistruttive, è l’innesco di questa rivelazione. I due bravi padri di famiglia si ritrovano da soli, nelle “notti della provincia occidentale” a inseguire i figli e un qualche senso che restituisca fondatezza alle loro vite. Sullo sfondo la storia avanza impietosa e macina vite, a oriente come a occidente».
Come ha deciso i temi della storia? Tutti ostici: si parla di integrazione, droga e terrorismo. Come raccontare queste questioni evitando retorica e buonismo?
«La storia cerca di non essere autoconsolatoria. Non c'è happy end. Siamo dentro una grande crisi che, oltre all’economia, investe le coscienze, le prassi, le etiche, le relazioni e le comunità. Forse la piccola provincia italiana, Modena nel nostro caso, è un buon punto di osservazione per indagare e raccontare ‘in diretta’ questa disgregazione. E gli adolescenti, queste sfingi misteriosissime nate in un epoca così radicalmente diversa da quella dei loro padri, sono proprio il simbolo dell’inafferrabilità del presente. Nel libro i “figli in fuga” non parlano, non li conosciamo, sono presenze inquietanti, sono la nemesi delle povere sicurezze paterne».
Che messaggio vuole portare con questo libro?
«Nel libro affronto anche il tema del rapporto tra integrazione e assimilazione, per le “seconde generazioni”, in particolare, i figli dei migranti che crescono dentro le nostre società. È un tema complesso, soprattutto per le sirene e le suggestioni maligne che il terrorismo ha cercato di esercitare in questi anni, anche su questa giovane platea europea. La lezione che se ne può ricavare è che questo mondo è sano, pieno di robusti anticorpi; le comunità islamiche hanno retto coraggiosamente questi tempi difficili e spesso, nonostante l’islamofobia e gli insulti, hanno dato prova di maggiore lealtà e fedeltà ai valori della nostra Costituzione, di quanto non facciano le bande razziste e fasciste che imperversano auspicando “lo scontro di civiltà”».
Per lei questo è il quarto romanzo, come si sente cambiato rispetto agli esordi?
«Spero di aver migliorato la scrittura, ma i temi sono sempre gli stessi: mi occupo prevalentemente di catastrofi, disastri naturali, morti sul lavoro, criminalità e in quest’ultimo i lembi sfrangiati delle nostre periferie dentro la crisi. La scommessa è non abbandonare mai la narrazione pura, non cadere in sociologismi, lasciare il posto anche all'ironia e al paradosso, che sono la vera forza di ogni scrittura».
Cosa le offre la scrittura?
«Raccontare storie è l’attività più arcaica dell’umanità e, allo stesso tempo, la più attuale e diffusa. Scrivere un libro sul nostro presente è come scattare una fotografia e catturarlo per sempre: un piacere e una necessità, allo stesso tempo».
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