«Mentre aumenta il lavoro la formazione è in calo»
Gli addetti intervistati preferiscono non dire per quale ente prestano l’attività Età media elevata, poche donne con mansioni dirigenziali, futuro nebuloso
«Per il futuro dei dipendenti pubblici serve una svolta politica». Ne è convinto Fabio De Santis, segretario della Funzione pubblica della Cgil di Modena. La confederazione ha promosso una ricerca sulla qualità del lavoro negli enti locali. Con l’Istituto ricerche economiche e sociali (Ires) ha distribuito 1.115 questionari, di cui il 30,8 per cento nel distretto di Modena. Dall’esito delle rilevazioni emerge come le criticità non manchino: circa un intervistato su due si ritiene in effetti insoddisfatto del proprio lavoro.
Nel descrivere la professione agli altri, l’ente figura al penultimo posto (18,4 per cento) davanti solo alla retribuzione (13,9 per cento), un aspetto solitamente tabù. Preferiscono dare più rilievo alla natura pubblica del lavoro (35,3 per cento) e alla sua utilità sociale (34,5 per cento).
«Dicono "sono un dipendente pubblico, un ingegnere" - ha aggiunto Daniele Dieci, responsabile Enti locali della sigla - non "lavoro nel Comune di Modena". Questa particolare caratteristica è diffusa su tutti gli enti. Il punto di criticità maggiore riguarda l’insoddisfazione nei tempi (di vita e di lavoro). Per i dipendenti del Comune di Modena è al 30 per cento contro la media del 20 per cento degli altri».
Dall’analisi emerge una visione quasi missionaria dei dipendenti pubblici, legata più alle professionalità individuali che al loro riconoscimento da parte dei diretti superiori.
«A livello locale si sconta il fatto che non c’è nessuna volontà politica d’intervenire su questo elemento - ha ripreso De Santis - per cui vorrei che nella prossima campagna elettorale si mettessero al centro la macchina organizzativa comunale e le risorse umane».
Risorse umane magari da rinnovare, visto che l’età media è di 48 anni. Tre persone intervistate su quattro sono donne, ma nelle figure dirigenziali continuano a essere preferiti gli uomini. I lavoratori non temono tanto le scadenze rigide (voto di 6,9 su 10) quanto i ritmi, le attività specialistiche (8,1) e la fatica mentale (8,3). Un adeguato riconoscimento dell’impegno prende un 5 in pagella e il giudizio è appena più alto (5,1) per i meriti e le competenze.
I dipendenti tirano le orecchie ai datori di lavoro per quanto riguarda la formazione. Quasi sei su dieci, infatti, dichiarano di non svolgere un’adeguata formazione (poca o nessuna) finanziata dall’ente. Un dato che contrasta con la specializzazione delle attività, aumentata per il 61,1 per cento del campione.
Gli intervistati hanno espresso notevoli preoccupazioni quando si è trattato di parlare del futuro. Per il 42,2 per cento la condizione reddituale peggiorerà e il 38,5 per cento teme di essere ancora più insoddisfatto tra il lavoro che si svolge e le aspirazioni professionali. Tra i capisaldi, la stabilità occupazionale (percepita come invariata nel 71,4 per cento dei casi) e il riconoscimento da parte dei colleghi (stabile al 73,3 per cento).
Il sindacato Cgil ha posto l’accento su un’organizzazione spesso «estremamente rigida e vincolante» da parte degli enti pubblici, rimarcando problemi consolidati come il blocco del ricambio generazionale e la carenza di organico. (g.f.)
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