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Pedopornografia, il Vaticano arresta un prete carpigiano

L'ingresso del Vaticano
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L'ingresso del Vaticano

Monsignor Carlo Alberto Capella, nato a Carpi ma ordinato a Milano e sempre all'estero, è detenuto nella caserma del corpo della Gendarmeria

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Monsignor Carlo Alberto Capella, ex funzionario della Nunziatura pontificia a Washington e originario di Carpi, è stato arrestato dalla Gendarmeria Vaticana con l’accusa di detenzione e diffusione di materiale pedopornografico. Già destinatario di un ordine d’arresto delle autorità canadesi, da mesi su Capella indagava in Vaticano anche il Promotore di giustizia. E così l'altra mattina, su proposta di quest’ultimo, il giudice istruttore del Tribunale d’Oltretevere ha emesso un mandato di cattura a carico del prelato.

Nato a Carpi nel 1967, ordinato prete per la Diocesi di Milano nel 1993, va detto che non ha mai avuto contatti con la Diocesi di Carpi. Nel 2016 monsignor Capella era diventato consigliere di nunziatura a Washington.

«L’imputato è detenuto in una cella della caserma del Corpo della Gendarmeria – spiega una nota della sala stampa vaticana –, a disposizione dell’autorità giudiziaria. Il giudice istruttore ha ordinato il provvedimento sulla base dell’articolo 10, commi 3 e 5, della legge VIII del 2013».

L’articolo richiamato prevede che chiunque «con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga, trasmette, importa, esporta, offre, vende o detiene per tali fini materiale pedopornografico, ovvero distribuisce o divulga notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minori, è punito con la reclusione da 1 a 5 anni e con la multa da euro 2.500 a euro 50.000», e che «la pena è aumentata ove il materiale sia di ingente quantità».

Le indagini su monsignor Capella iniziarono nell’estate 2017 quando il Dipartimento di Stato americano notificò alla Santa Sede la possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di un membro del suo corpo diplomatico accreditato a Washington. «La Santa Sede – precisò a sua volta – secondo la prassi adottata dagli Stati sovrani ha richiamato il sacerdote in questione il quale si trova attualmente nella Città del Vaticano. Ricevute le informazioni dal governo statunitense, la Segreteria di Stato le ha trasmesse al Promotore di Giustizia del Tribunale vaticano.

Il Promotore di Giustizia ha aperto un’indagine ed è stata già avviata una collaborazione a livello internazionale al fine di raccogliere elementi relativi al caso». Un mese dopo gli Stati Uniti anche il Canada emise un mandato di arresto nei confronti di Capella e ancora una volta l’accusa era il possesso e la distribuzione di materiale pedopornografico. L’inchiesta – spiegò all’epoca la polizia di Windsor – era stata condotta sul web a seguito di una segnalazione del Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini. Il sospetto era che l’ex diplomatico avesso scaricato il materiale incriminato durante un suo soggiorno in Canada, tra il 24 e il 27 dicembre 2016. Nella vicenda era entrata la diocesi di London (Ontario) perché l’ipotesi era che le presunte violazioni della legge sulla pornografia infantile fossero state compiute dal prete usando un «indirizzo di un computer in una chiesa locale».

Per il sacerdote di origini emiliane ora si profila il processo presso il Tribunale penale della Santa Sede. Sempre ieri, riflettori accesi su un altro caso di pedofilia: con il volto coperto da una maschera, un uomo ha manifestato insieme ad altre persone dinanzi al Duomo di Napoli. Vittima di abusi sessuali da parte di un prete del quartiere Ponticelli, all’epoca delle violenze l’uomo aveva appena 13 anni. Caduto in prescrizione il reato, la questione è stata esaminata dal Tribunale ecclesiastico ma è stata archiviata. Ora resta una speranza: «Solo un intervento del Papa può ridarci serenità».

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