Una causa lunga vent’anni e il rifugio è abbandonato
Pievepelago. Scontro sulla vendita dello storico “Marchetti” del Lago Santo Da una parte il gestore (che ha vinto in Cassazione), dall’altra il Comune di Barga
PIEVEPELAGO. L'odissea del Rifugio Marchetti del lago Santo è legata a un comportamento «ingiustificato e contrario ad ogni canone di correttezza contrattuale» da parte del Comune di Barga (Lucca) nei confronti del gestore Giorgio Ballestri. Dopo vent'anni, la Cassazione ha messo l'ultima parola sulla “madre di tutte le controversie” che hanno riguardato la storica struttura costruita nel 1936 da Tullio Marchetti, ribadendo il giudizio già emesso in sede civile dal Tribunale di Modena il 23 marzo 2009 attraverso il giudice Alessandro Farolfi. La storia è questa: nel 1996 Ballestri aveva raggiunto un accordo col Comune di Barga (sotto la cui giurisdizione ricade l'area) per l'acquisto dell'immobile, dopo esserne diventato erede unico (condizione richiesta dallo stesso Comune) avendo versato 50mila euro allo statunitense Benny Harold Pagliai, che vantava diritti in questo senso. Nel maggio 1996 lo stesso Comune attraverso l'allora sindaco Mauro Campani aveva predisposto una bozza di contratto di vendita per 115 milioni di lire. Ma quando andò là per concludere fu doccia fredda per Ballestri: non trovò più come interlocutore il Comune ma l'Amministrazione separata dei Beni di uso civico comunale (Asbuc) costituita dallo stesso Comune con passaggio di proprietà. E il presidente fece dietrofront sulla vendita. Fu l'inizio per Ballestri della “tragedia” che ha portato nell'ottobre 2015 allo sfratto (per difficoltà nei pagamenti legate al calo turistico dovuto alla frana sulla strada delle Tagliole) e da allora alla chiusura del rifugio. Nel 2000 Ballestri, assistito dall'avvocato vignolese Giorgio Gozzoli, avviò una causa per mancato rispetto di responsabilità precontrattuale che si concluse appunto nel 2009 con una bella bacchettata del Tribunale di Modena al Comune di Barga. «Francamente non comprensibile e contraria ad ogni canone di correttezza contrattuale appare la cessione del terreno in favore della costituita Asbuc» sottolineò il giudice, ritenendo «contraria a buona fede la brusca interruzione di ogni trattativa». Così condannò il Comune di Barga al pagamento di 53mila euro per rifondere Ballestri di ciò che aveva pagato all'americano e delle spese tecniche per il frazionamento (su mille metri di area). Con diverse difficoltà, Ballestri due anni e mezzo dopo riuscì a farsi pagare. Poi Barga fece appello, ma la Corte di Bologna il 13 gennaio 2015 lo rigettò. E così ha fatto ora la Cassazione, con atto depositato il 27 marzo. «Dopo vent'anni – nota amaro Ballestri – viene riconosciuto definitivamente il comportamento non corretto del Comune di Barga. Che ha condizionato praticamente tutta la mia vita. Se avessero rispettato gli accordi, io oggi sarei proprietario e gestore, il rifugio sarebbe aperto con sviluppi sociali e turistici completamente diversi per il territorio». Ballestri continua comunque a sperare di trovare un accordo per la riapertura (si è interessato della vicenda anche l'ex senatore Carlo Giovanardi) col neo eletto presidente dell'Asbuc Francesco Feniello. Ma non può non guardare con rammarico a un inverno in cui il rifugio è stato lasciato sommerso da metri di neve (nemmeno lo scarico dal tetto), che di certo non gli hanno fatto bene.
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