Gazzetta di Modena

Modena

Una scelta di vita a fianco degli ultimi

Laura Solieri

«Da un’occupazione svolta soltanto nel tempo libero a un impegno totalizzante e per sempre, ma non tornerei indietro»

3 MINUTI DI LETTURA





«Nella vita sono prima di tutto genitore affidatario insieme a mio marito, ovvero la nostra famiglia si è aperta all'accoglienza, all'affidamento di chi per un breve periodo o anche per tutta la vita per varie difficoltà ha bisogno di una mamma e una papà che lo affianchi o che affianchi la sua vera mamma e il suo vero papà, in collaborazione con i servizi sociali”. Si presenta così Irene Ciambezi che vive nella Bassa modenese e nel tempo libero ama suonare la chitarra, andare in canoa e camminare in montagna con la sua famiglia.

«La mia professione è quella di giornalista pubblicista. Ho iniziato tanti anni fa grazie al Centro Culturale Ferrari e poi, dopo Scienze della comunicazione a Bologna e un altro master a Roma, ho avuto la fortuna di lavorare a Radio 1 Rai: “Permesso di soggiorno”. Da allora il mio lavoro è stato quello di dare voce alle tante storie di invisibili delle nostre città: migranti, vittime di tratta, senza casa, donne incinte e sole, i disabili; racconto il bene che c'è, le esperienze che trasformano il nostro Paese ogni giorno, più inclusivo, quando si esce dai ghetti sociali e si ridà dignità ad ogni persona».

Fin da adolescente, Irene ha fatto esperienze di volontariato nell’Azione Cattolica in cui si è sviluppata la sua crescita umana e cristiana. Poi c’è stato l'incontro con il mondo delle persone disabili grazie ad Anfass e Uildm che le hanno permesso di vivere esperienze estive con amici disabili che hanno cambiato negli anni il suo punto di vista sulle cose che contano.

«Anche nel mio quartiere, la Crocetta, ho avuto l'occasione di incontrare tante persone di fedi e partiti diversi, che dietro le quinte, cercavano di rendere migliore il quartiere per tutti. Questa ricerca del bene comune è cresciuta proprio nella mia giovinezza e soprattutto il desiderio di rendere concreta quella frase storica di Gandhi “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Ricordo la prima donna tunisina in Viale Gramsci che ho cercato di aiutare - avevo 19 anni, lei 25 - vittima di maltrattamenti da parte del marito. Entrando in casa sua ho capito che la violenza non doveva più continuare ma che occorreva (in quel caso, perchè purtroppo non è sempre così) essere presente tra lei e i suoi bambini e suo marito con lo stile del dialogo e dell'ascolto, cercando di far cogliere loro le radici di quei maltrattamenti. Inconsapevolmente, stavo realizzando la mia prima esperienza di mediazione interculturale. In seguito è diventato quello che faccio quasi ogni giorno con le adolescenti e le donne vittime della tratta che accolgo e incontro nella mia vita».

«Nel ‘96 - prosegue Irene - a Modena incontrai don Oreste Benzi, sacerdote fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII e dalle sue parole sono rimasta affascinata. Erano gli anni in cui avevo iniziato a fare volontariato internazionale in Bolivia, Argentina, Albania specie tra i bambini e le bambine di strada. Si è aperto davanti a me il dramma dello sfruttamento lavorativo, dello sfruttamento sessuale, della tratta, del turismo sessuale. L'incontro con i più vulnerabili mi ha fatto comprendere che non bastava alla mia vita dare qualche ora di volontariato ma dovevo dare tutto».

« Incontrare, accogliere e accompagnare nell'inclusione - conclude - con la formazione necessaria mi ha riempito la vita. Le famiglie affidatarie, le case-famiglia, le pronte accoglienze dell'associazione sono fatte di persone che vengono dal volontariato ma poi danno tutto il loro tempo, "aggiungendo un posto a tavola" nella propria casa a chi non ce l'ha”.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google