Cereali, legumi, pesce Metti una cena a Mutina
Sulle tavole di duemila anni fa una grande varietà di alimenti ricercati e pregiati Alto il consumo di frutta, di molluschi marini e di costosi prodotti d’importazione
MODENA. Terreni coltivati, filari di viti, frutteti ricchi di primizie. E poi maiali, bovini, pecore, polli e prelibatezze di mare giunte da lontano. Siamo a Mutina, colonia romana fondata nel 183 a.C che già esisteva in veste di centro abitato e fortificato quando fu assediata dai Boi nel 218 a. C.. Una puntuale indagine archeobotanica ne ha svelato gusti e abitudini alimentari. Inoltre ha contribuito al successo della mostra Mutina splendidissima che, dopo aver tenuto banco per mesi al Foro Boario, oggi esaurisce il proprio percorso. «Mutina era una città molto concreta con una buona disponibilità economica e propensa a sperimentare - spiega Giovanna Bosi, ricercatrice di botanica ambientale e applicata del dipartimento di scienze della vita di Unimore - I reperti trovati nei siti scavati a Modena testimoniano la presenza di una grande varietà di alimenti». I romani vivevano una situazione conflittuale. Se da una parte si facevano paladini di un rigore essenziale tradotto in una dieta sobria e “salutista” (specie nel periodo repubblicano), dall’altra non sapevano rinunciare a quella opulenza che diventerà cifra stilistica della Roma imperiale.
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Ed è proprio la dottoressa Bosi a mettere nero su bianco l’alimentazione vegetale peculiare di Mutina. Lo fa nell’imponente catalogo “Mutina splendidissima - la città romana e la sua eredità” pubblicato da De Luca editori d’arte. «I siti di Mutina evidenziano tutti i cereali più pregiati - riporta a pag. 329 - orzo, grani nudi e vestiti. Sono presenti anche tracce di segale e avena coltivata. Nel tardo romano compare poi il miglio mentre, a differenza di quello che avviene in altri siti del Nord Italia, sono assenti cereali minori come panico e sorgo». I Mutinenses erano anche buone forchette per quanto concerne i legumi. «Nei siti di Mutina troviamo quasi tutti i legumi che Columella identifica come i più utili all’uomo». Arrivato a noi integro, il De re rustica di Columella (4 d.C - 70 d.C) rappresenta la maggiore fonte di conoscenza in materia di agricoltura romana. Ecco dunque che a Mutina troviamo lenticchie, favino, piselli, cicerchie, vecce e - solo nei contesti funerari - ceci e lupini. Notevole la varietà di frutta. Giovanna ci spiega che, oltre ad importare datteri, costosa ghiottoneria offerta ai defunti, i nostri antenati coltivavano uva, fichi, noci, mele, pere, pinoli di pino domestico, more di gelso, ciliegie, prugne, pesche, melagrane, cocomeri, meloni.
«A partire dalla vite sono stati proprio i romani a diffondere la frutticoltura. Dal punto di vista della varietà Modena rappresenta un caso a sé. Un’intensa e variegata coltivazione presuppone impegno nonché una notevole disponibilità di risorse. Questo suggerisce che la città godesse di un benessere diffuso».
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Nella prima età imperiale arrivarono anche le costose salse di pesce della Betica, provincia romana della penisola iberica. Tra le salse ottenute dalla macerazione di vari pesci la più richiesta era il garum. Gettonate anche il liquamen, l’allec e la muria. Inoltre i romani importavano l’olio dall’Africa proconsolare (l’import tra la fine del IV e il pieno V secolo è documentato dalla registrazione di diversi contenitori). Olio che col vino e le salse di pesce veniva utilizzato persino in ambito medico. «Anche i resti animali, seppur meno studiati, sono caratterizzati da una buona varietà. I romani erano ottimi allevatori.
Di maiali, certo, ma anche di bovini (usati soprattutto per il lavoro nei campi), pollame e ovini. Capre e pecore venivano allevate per il latte e per la produzione di lana per cui Modena era famosa. A Mutina si consumavano anche i molluschi marini, onerosi prodotti di importazione. Avete presente la vasca circolare portata alla luce nel sito ex Novi Sad? Molti indizi suggeriscono fosse destinata allo stazionamento dei pesci di acqua dolce». Così scrive Aurora Pederzoli a pag. 321 del catalogo sopra citato (si riferisce al sito ex Cassa di Risparmio): “Il numero consistente di reperti di Teleostei di acqua dolce quali luccio e tinca e marini quali dentice e spigola indicano un consumo notevole di pesce”. Sempre a detta di Pederzoli il consumo di pesce marino, attestato per la prima volta nell’entroterra emiliano, testimonia un commercio attivo con la costa.
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