Albania - Modena «Qui ho trovato la mia nuova vita»
Fuga da Durazzo nascosto in un carrarmato Poi la rinascita: famiglia, lavoro e il pallone
MODENA. «Vendo la macchina e parto per il Kosovo. Mi dicono che lì è possibile trovare un gancio per raggiungere l’Italia. Ho un solo pensiero in testa: scappare. Conosco troppe cose compromettenti che potrebbero mettere nei guai diverse persone. Vengo a sapere di un treno di militari italiani che devono rientrare in patria. Siamo in sei, io sono l’unico albanese, gli altri sono kosovari. Il fatto che il cugino di uno dei miei compagni lavori nella zona militare è un punto a nostro favore. Riusciamo ad avvicinarci. Aspettiamo che cali il buio e, non appena il treno parte, saliamo al volo. Siamo nascosti in un carrarmato».
Dorian racconta. Lo ascoltiamo senza muovere un muscolo. Pietrificati. Quasi che alle nostre spalle ci fosse un soldato serbo pronto a spararci in testa. È il 2005. Saliamo anche noi su quel treno e abbiamo paura. Il convoglio è diretto a Pordenone. Previa lunga sosta a Trieste «Le fermate sono tante, troppe. Ci si mette pure la viaria, la malattia dei polli. Ogni tre per due fanno la disinfestazione. I kosovari sono terrorizzati, se un serbo li vede per loro è finita. Ma siamo ben nascosti nel buio. Poi sul carrarmato sale un soldato, deve prendere qualcosa. Restiamo paralizzati con il cuore in gola. L’intruso se ne va. Per fortuna non aveva con sé una torcia e non ha acceso alcuna luce. Ma io ho perso dieci anni vita. I miei compagni venti». Seduti alla luce del sole tratteniamo il respiro per un lungo istante.
[[atex:gelocal:gazzetta-di-modena:site:1.16724187:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadimodena.it/image/contentid/policy:1.16724187:1650056660/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Ma se Dorian è qui con noi, se sta bevendo un caffè, significa che è vivo. Mille volte ha rischiato la pelle. Ora va tutto bene. Ci rilassiamo. Chi è questo giovane uomo di trentacinque anni dai modi gentili che si guarda attorno con occhi buoni? (Al termine dell’incontro non potremo evitare di chiederci: come si può avere ancora occhi buoni dopo aver tanto lottato?). Lui è Dorian Zithi, nato a Skrapar, comune albanese della prefettura di Berat, nel 1983. Cresciuto a Durazzo, adottato da Modena. Ma essere adottato non è per lui una novità. Anche se allora fu tutt’altra esperienza. «Quando sono nato i miei genitori naturali mi hanno “ceduto” alla sorella di mio padre, cioè mia zia, perché non poteva avere figli. Così io sono cresciuto sino a sette anni convinto che i miei zii fossero i miei genitori. Quando ho saputo la verità ho pianto. Ma ho sempre considerato gli zii che mi hanno cresciuto come madre e padre. Con i genitori naturali e i miei fratelli, che credevo fossero cugini, i rapporti non sono stati facili. Oggi però li aiuto. Vivo a Modena con mia moglie Esma - la conosco sin da bambina - e le mie tre figlie: Simela di dieci anni, Etlisa di 7 e Stephanie di appena 11 mesi. Con noi abita anche mia madre Naxhije. Ha 75 anni ed è un po’ pigra. Esce poco, non sa la lingua e sente nostalgia dell’Albania. Ogni volta che torno a Durazzo viene con me. Là abbiamo ancora la casa ma voglio venderla. Ho fatto una gran fatica a convincere mia madre».
A Durazzo Dorian è diventato adulto lontano dai banchi di scuola - «i miei lavoravano sempre, io vivevo per strada» - in un mondo che si nutre di violenza (a metà degli anni Novanta, quando Dorian è adolescente, in Albania regna l’anarchia e il clima è da guerra civile). Qui imbracciare a quindici anni un kalashnikov è una questione di sopravvivenza. Bande rivali, un’esistenza sul filo del rasoio. Con una sola via di fuga. La fuga appunto. Non prima di aver passato un mese in carcere nel 2004. «Un mese durissimo. Che per me ha però rappresentato la svolta». Eccoci dunque tornati su quel treno da incubo. «Dopo due giorni e una notte senza cibo e con poca acqua arriviamo a Pordenone. Sono privo di documenti e salgo su un treno per Brescia. Qui ci aspetta un parente di uno dei kosovari che ci porta in una casa vuota. Dormiamo senza mangiare. Ma almeno ci procura dei biglietti ferroviari. Parto per Milano. So che a Como vive una mia zia. Ma una volta a Milano sbaglio treno e mi ritrovo a Chiasso. Puzzo da morire. Un poliziotto svizzero mi tocca sulla spalla e mi chiede i documenti che non ho. Mi portano via, mi spogliano, mi prendono le impronte, vengo perquisito ovunque. Dicono che mi rispediranno in Albania in aereo». E qui accade il miracolo. Il volo è pieno. «Resto solo con il poliziotto che mi ha prelevato in stazione. Prende un foglio bianco e inizia a disegnare una mappa. Indica la strada per raggiungere Como. Passa per i monti. È l’unico modo per varcare il confine senza essere fermati. Mi fa uscire da una porta sul retro. Con queste parole: io e te non ci siamo mai visti, sparisci». Dorian non se lo fa ripetere due volte. Arranca nella neve per ore e finalmente arriva a Como. Una volta a casa della zia - che ha la cittadinanza italiana e riesce a procurargli il permesso di soggiorno - dorme per quarantotto ore di fila. «Non riuscivo però a mangiare».
[[atex:gelocal:gazzetta-di-modena:site:1.16724185:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadimodena.it/image/contentid/policy:1.16724185:1650056660/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Questa è solo una minima parte della storia di Dorian. Forse un giorno un libro renderà merito alla sua Odissea. Oggi Dorian sembra sereno. Con un suo amico sta per fondare una piccola impresa edile. Nel frattempo lavora per Salvo Cotrino che con il supporto di Stefano Lucchi gestisce la libreria dell’usato al civico 44 di via Canalino. Ma come è approdato Dorian a Modena? Grazie alla passione per il calcio. «Allora vivevo a Scandiano, uscivo da un periodo difficilissimo culminato con la morte di mio padre. Per prendermi un po’ di tregua da questa tristezza avevo ripreso a giocare a calcio, una passione coltivata da ragazzo. Quattro anni fa, durante una partita qui a Modena, tramite un comune conoscente ho incontrato Stefano e Salvo. Mi hanno teso la mano e il loro appoggio si è rivelato fondamentale. Non solo per me ma per tutta la mia famiglia. Oggi siamo come fratelli».
ODISSEA IN MEZZA ITALIA
Dorian Zhiti vive a Modena. Ma prima di approdare nella nostra città ha vissuto altrove. «Dopo essere stato a Como, ospite di mia zia, nel 2006 mi sono trasferito a Reggio Emilia. Allora ero fidanzato con Esma e la mia futura cognata viveva lì. Io ed Esma siamo cresciuti insieme, da piccoli eravamo amici. Sono io che l’ho fatta venire in Italia. Nel 2007 ho deciso di tornare in Albania e ci siamo sposati. In Italia ho quasi sempre lavorato come muratore. Per un certo periodo abbiamo vissuto a Cugno, nel Torinese. Un mio parente mi aveva promesso un impiego. Poi però si è tirato indietro e noi siamo rimasti in strada, senza nulla. Allora con Esma ho raggiunto la sorella di mia madre biologica che abitava in provincia di Savona per poi lavorare con suo marito in una fabbrica di vetri. Nel frattempo è nata la nostra prima figlia. Mia moglie però non era contenta, voleva stare vicino a mia cognata. Siamo quindi tornati nel Reggiano. A Scandiano ho ripreso a fare il muratore e ho aperto la partita Iva. La crisi ci ha costretti a rientrare a Durazzo dove abbiamo passato cinque mesi. Sempre con il timore che alcune mie vecchie conoscenze potessero crearci dei problemi. La nostra seconda bimba è nata a Scandiano, l’ultima a Modena». Nel 2011 Dorian, a causa di un incidente in moto, si frattura l’omero. Ha appena saputo della morte di suo padre cui è molto legato. «Mi avevano chiamato più volte ma io non potevo rispondere. Ho trovato sul telefono una marea di messaggi. Era lui che stava male e voleva parlarmi. Non ho potuto far altro che tornare in Albania per il suo funerale».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google

