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Medici senza frontiere sceglie una modenese al vertice nazionale

di Davide Berti
Medici senza frontiere sceglie una modenese al vertice nazionale

La dottoressa Claudia Lodesani è la nuova presidente «Il clima internazionale preoccupa, serve dare speranza»

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MODENA. Voce squillante di chi è innamorato della vita. D’altra parte non potrebbe essere altrimenti se decidi di mettere in gioco la tua per salvare quella degli altri. Claudia Lodesani l’accento modenese l’ha ancora forte e chiaro nonostante il suo impegno di medico l’abbia portata in giro per il mondo fino a diventare, ieri, presidente di Medici Senza Frontiere Italia. Succede a Loris De Filippi, il cui mandato, durato sei anni, è giunto a naturale conclusione.

Lodesani, medico infettivologo, nata a Modena nel 1972, lavora con MSF dal 2002 e ha passato gli ultimi 15 anni sul campo, coprendo grandi emergenze come l’Ebola e lo tsunami, conflitti come quello in Yemen e Repubblica Centrafricana, contesti dimenticati come il Burundi, la Repubblica Democratica del Congo o il Sud Sudan, dove ha trascorso l’ultimo anno, fino ai progetti sulla migrazione a Lampedusa e in Sicilia, dove vive da 10 anni tra una missione e l’altra.

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Ha iniziato come medico di terreno per poi svolgere ruoli di coordinatore, capo missione, direttore di strutture sanitarie di MSF. «Siamo un’associazione nata per passione. Nella nostra storia abbiamo preso posizioni forti, che hanno fatto rumore e a volte hanno stupito, ma sempre con un unico obiettivo: le persone che assistiamo, che vediamo, curiamo, con cui parliamo ogni giorno sul campo e che ti rimangono dentro quando torni a casa. Sono felice di raccogliere questo testimone per portare avanti, oggi anche in Italia, i valori fondanti della nostra azione».

Se l’aspettava?

«Devo dire che sono ancora molto sorpresa».

Più emozionata o timorosa per il nuovo incarico?

«Entrambe le cose. Loris - De Filippi, il presidente uscente, ndr - è stato un grande presidente e sostituirlo non sarà semplice. È una bella responsabilità».

Quando ha intuito che poteva toccare a lei?

«Io avevo semplicemente dato la mia disponibilità all’associazione per un incarico in Italia. Per motivi personali ho chiesto di non partire per un paio di anni e mi sembrava giusto mettermi a disposizione del board dell’associazione per provare a restituire anche solo un pizzico di tutto ciò che Medici Senza Frontiere mi ha dato».

Quando ha deciso che Medici Senza Frontiere sarebbe diventata la sua vita?

«Io mi sono iscritta a Medicina con l’intento di andare in Africa a svolgere la nostra professione. Ma non avevo un’idea precisa di come riuscirci. Così, dopo il liceo Wiligelmo, mi sono iscritta alla facoltà di Modena, sempre nella mia città mi sono specializzata, scegliendo malattie infettive pensando che quella conoscenza poteva essere una delle più utili nei paesi in difficoltà».

Quando è scattata la scintilla?

«Nel 2004 in Sicilia, partecipando ad un progetto di accoglienza sui migranti. Da quel momento Medici Senza Frontiere è stata sempre con me».

Anche nella vita privata?

«Mio marito è logista di Msf, in missione andiamo insieme, così è un po’ più facile. È di nazionalità francese, ma viviamo insieme a Modica, vicino Ragusa. Quella volta in Sicilia la nostra vita è proprio cambiata».

Le manca Modena?

«Ci torno ogni due/tre mesi. Lì ho la mia famiglia, le amicizie storiche: quando posso rientro sempre per qualche giorno».

I suoi genitori l’hanno sempre appoggiata o il pensiero di saperla in luoghi pericolosi li ha frenati?

«Sono bravissimi e hanno tanta pazienza. Oggi i collegamenti sono resi anche più facili da internet e Whatsapp, la lontananza si sopporta un po’ meglio».

È difficile rinunciare alle comodità della vita?

«Quando sei in missione non ci pensi. Vivi sui pazienti, pensi solo a loro, nel tempo libero scrivi mail e quando puoi ti riposi. Ecco, forse una cosa ogni tanto mi manca: il buon gelato italiano».

Si è mai sentita in pericolo?

«Viviamo situazioni a volte anche al limite. In Repubblica Centrafricana nel 2013 c’è stato un colpo di stato piuttosto violento. La situazione era tesa, per fortuna noi abbiamo da pensare solo alla vita degli altri».

Il momento più emozionante?

«Lo Yemen nel 2012 mi ha dato tantissimo: è un paese bellissimo e molto accogliente dove si riesce a condividere e a capire bene quella che è la loro cultura».

La situazione internazionale oggi è piuttosto delicata, i riflettori sono sulla Siria.

«Il momento è difficile, ma la guerra non è solo lì, pensiamo ad esempio all’Africa. Siamo molto preoccupati perché oggi gli ospedali sono diventati bersaglio nonostante i tanti appelli».

Come giudica la situazione dell’accoglienza in Italia?

«Siamo preoccupati per il clima che si respira quando si parla di immigrazione. Certo è che una mancanza di programmazione a breve e medio termine crea problemi».

Come Msf avete appena lanciato una campagna che invita alla solidarietà a partire dalle emozioni. Avete scelto dolore, rabbia, paura, gioia e speranza. Lei in quale si riconosce?

«Speranza: se non ci speri sempre, non riparti più».

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