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Vita dura per i prof in città «Insegnare? L’ultima cosa»

Vita dura per i prof in città «Insegnare? L’ultima cosa»

In 500 rispondono al sondaggio sulle condizioni di lavoro promosso da Flc-Cgil «Siamo genitori, psicologi, manager, docenti in una scuola sempre più povera»

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Oberati da incarichi sempre maggiori e specifici, quindi stressati, mentre il proprio lavoro - che considerano una missione sociale - viene scarsamente riconosciuto non solo dai superiori, ma dalle famiglie e dalla società in generale. In cinquecento hanno risposto all’indagine online commissionata dalla funzione lavoratori della conoscenza (Flc) della Cgil e realizzata da Ires Emilia Romagna.

Circa otto su dieci sono insegnanti, di cui quasi il 90% donne. L’età media è di 51 anni, di cui quasi 22 trascorsi nel mondo della scuola e dieci negli istituti in cui si trovano attualmente. Il 45,8% degli intervistati lavora nel distretto di Modena e circa uno su sette (14,8%) ha un contratto a tempo determinato.

La nota più dolente per i carichi di lavoro riguarda la fatica mentale, a cui i lavoratori attribuiscono un voto medio di 8,9 in una scala da 1 a 10. Per quasi un professionista su due (48,1%) è già difficile conciliare vita e lavoro, senza considerare che per il 40,6% lo diventerà ancora di più in futuro. Percentuale ancora più elevata (45,3%) per coloro che prevedono redditi più bassi.

«Chiediamo retribuzioni più importanti - ha domandato Claudio Riso, segretario Flc-Cgil - e anche il riconoscimento del lavoro sommerso, un’attività che non si svolge nella scuola, ma che è propedeutica e fondamentale. Servono risorse e investimenti».

Gli esempi del «lavoro sommerso» citato dal sindacalista sono tanti. Scrivere e correggere compiti, prepararsi per le lezioni sono attività tradizionali, a cui se ne sono affiancate tante altre. Gli aggiornamenti professionali per registri elettronici e lavagne multimediali sono da mettere in conto, così come l’alternanza scuola-lavoro per gli insegnanti su cui ricade l’obbligo di legge.

«La storia ci sta sfuggendo di mano - ha garantito Riso - perché gli insegnanti e in qualche caso i dirigenti fanno un secondo lavoro. In una scuola di medie dimensioni ci sono quattrocento ragazzi da mandare in alternanza. Bisogna trovare le aziende, preoccuparsi del percorso dei ragazzi che ne escono e delle assicurazioni, delle parti burocratiche e dei report, della valutazione e del tutoraggio. Tutta un’attività aggiuntiva per cui non ci sono riconoscimenti economici particolari». Riconoscimenti che si aggirano sui 1.300 euro al mese, secondo le cifre ricordate ieri. In tal quadro, gli intervistati sono soddisfatti soprattutto per i rapporti con gli studenti (voto medio 8,3), mentre più critiche sono le relazioni con genitori (6,6) e dirigenti scolastici (5,8). «Una preside ha dovuto chiamare i carabinieri perché una persona l’ha aggredita verbalmente», ha spiegato il sindacalista. Riso ha puntato l’attenzione sui carichi di lavoro in relazione all’età.

«Soprattutto nelle scuole primarie e dell’infanzia gli insegnanti ci dicono che l’attività è sempre più complicata - ha aggiunto il segretario - senza che vi sia la freschezza di un tempo». I lavoratori coinvolti si vedono poco gratificati dai dirigenti scolastici (5,6) e soprattutto dalla società (3,9). Eppure, considerano ancora il proprio impiego come una missione: il voto medio del lavoro come “modo per essere socialmente utile” è 8,2. Valori più bassi si riscontrano per l’indipendenza (7,9), la necessità economica (7,8) e l’autorealizzazione (7,5). Di contro, per oltre un intervistato su quattro (26,3%) ha perso importanza la natura pubblica del lavoro svolto. «Un campanello d’allarme importante - ha concluso Riso - perché dà una percezione del disimpegno da parte del pubblico, come se il datore di lavoro si curasse poco di loro». (g.f.)

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